Quando un mestiere antico può diventare un lavoro nuovo: Repubblica racconta i Tegliai di Montetiffi

Nell’inchiesta dedicata agli antichi mestieri del cibo che rischiano di scomparire, Repubblica parte da Montetiffi e dal corso promosso dal Comune di Sogliano al Rubicone insieme ad Appenninol’Hub. Un’esperienza che pone una domanda più ampia: come trasformare la conservazione di un sapere in una nuova possibilità di impresa e di vita nelle aree interne?
Ci sono mestieri che rischiano di scomparire non perché ciò che producono abbia perso valore, ma perché si è interrotta la catena attraverso la quale, per generazioni, qualcuno ha insegnato a qualcun altro come farli.
È da questa riflessione che parte l’articolo pubblicato il 22 settembre da Repubblica – Il Gusto, “Gli antichi mestieri del cibo e quel sapere che sta sparendo”, dedicato a tegliai, castanicoltori, casari d’alpeggio, pescatori e pastori: professioni profondamente legate ai territori per le quali, in diverse parti d’Italia, stanno nascendo corsi e vere e proprie scuole capaci di ricostruire il passaggio di competenze che un tempo avveniva naturalmente tra generazioni.
E il viaggio di Repubblica comincia proprio da Montetiffi, piccolo borgo nel Comune di Sogliano al Rubicone.
Da Montetiffi parte una storia nazionale
L’articolo racconta il lavoro di Maurizio Camilletti e Rosella Reali, custodi della tradizionale produzione delle teglie in terracotta utilizzate per la cottura della piadina, e il corso nato insieme al Comune di Sogliano al Rubicone e ad Appenninol’Hub per provare a trasmettere questo patrimonio a una nuova generazione.
Il percorso si svolge nel loro laboratorio e comprende circa 60 ore distribuite in quattro fine settimana, attraversando l’intero processo: la ricerca e la preparazione dell’argilla, la lavorazione al tornio a pedale, l’asciugatura, la rifinitura e la cottura nel forno a legna.
Ma c’è un passaggio dell’articolo che racconta particolarmente bene il senso del progetto.
Nell’ultimo fine settimana, il 26 e 27 settembre, accanto al lavoro artigianale si parlerà infatti anche di sostenibilità economica, prezzo, mercato e vendita diretta. I partecipanti sono sei e hanno un’età media di circa 35 anni.
Non è un dettaglio.
È probabilmente qui che la tutela di un mestiere antico incontra una delle questioni decisive per il futuro delle aree interne.
Conservare non basta
Un sapere può essere raccontato, documentato, esposto in un museo. Può diventare parte della memoria di un territorio.
Ma perché rimanga davvero vivo deve esserci qualcuno che possa scegliere di praticarlo.
E, possibilmente, viverci.
Per questo il corso dei Tegliai di Montetiffi non è stato pensato come una semplice dimostrazione dell’artigianato tradizionale. Fin dall’inizio abbiamo provato a costruire un percorso nel quale imparare il mestiere significasse anche interrogarsi sulle condizioni necessarie per trasformarlo in una possibile attività professionale. Il metodo è quello della bottega — osservare, provare, sbagliare, ripetere — ma lo sguardo deve necessariamente arrivare anche al presente.
Quanto costa produrre una teglia? Quanto tempo richiede? Quale prezzo può renderne sostenibile la produzione? Chi sono oggi le persone disposte ad acquistarla? Come si racconta un oggetto che contiene non soltanto materia e lavoro, ma anche storia, territorio e unicità?
Sono domande imprenditoriali, prima ancora che commerciali.
Ed è proprio questo il punto.
I mestieri antichi hanno bisogno di innovazione
Quando parliamo di innovazione immaginiamo spesso tecnologia, startup o nuovi prodotti.
Nelle aree interne innovare può significare anche qualcosa di diverso: rendere contemporaneo ciò che esiste già senza cancellarne l’identità.
Un mestiere può conservare le proprie tecniche tradizionali e contemporaneamente innovare il modo in cui arriva sul mercato, si racconta, costruisce relazioni con i clienti, organizza la produzione o entra in relazione con turismo, ristorazione, cultura e nuove forme di economia territoriale.
Non significa trasformare un sapere artigiano in qualcosa che non è.
Significa creare attorno a quel sapere le condizioni perché possa continuare ad esistere.
È una questione che va ben oltre Montetiffi. Lo stesso articolo di Repubblica racconta scuole per pastori, corsi per casari d’alpeggio, percorsi per castanicoltori e iniziative per favorire l’ingresso di giovani nella pesca professionale. Esperienze differenti accomunate dalla stessa necessità: ricostruire intenzionalmente la trasmissione di competenze che un tempo avveniva all’interno delle famiglie e delle comunità.
Fare impresa nelle aree interne partendo da ciò che i territori sanno fare
È anche uno dei temi sui quali stiamo lavorando con i partecipanti al corso di Montetiffi.
Fare impresa in un piccolo borgo non significa necessariamente inventare qualcosa da zero. A volte significa riuscire a vedere con occhi nuovi ciò che quel luogo possiede già: una competenza, una materia prima, una tradizione produttiva, una storia, una conoscenza difficilmente replicabile altrove.
Ma bisogna evitare anche l’equivoco opposto: pensare che il valore della tradizione sia sufficiente, da solo, a garantire il futuro di un’attività.
Non lo è.
Servono competenze imprenditoriali, capacità di leggere i cambiamenti nei consumi, nuovi canali commerciali, comunicazione, reti e spesso la capacità di combinare attività differenti.
È esattamente la sfida sulla quale si misurano molte delle economie che incontriamo quotidianamente nei territori appenninici.
Il tema, allora, non è soltanto salvare gli antichi mestieri.
È capire quali di quei mestieri possano diventare parte delle economie contemporanee dei nostri territori e creare le condizioni perché qualcuno possa scegliere di raccoglierli, trasformandoli nuovamente in lavoro.
A Montetiffi stiamo provando a fare proprio questo.
Una teglia alla volta.
Leggi l’articolo “Gli antichi mestieri del cibo e quel sapere che sta sparendo” su Repubblica
Scopri il corso “L’antico mestiere dei tegliai di Montetiffi” su Appenninol’Hub