Al termine del primo Team Building della 4ª edizione della Call Economie Abitanti 2025–26, svoltosi dal 17 al 19 Aprile 2026 a Monghidoro, è intervenuto Paolo Pezzana, esperto di politiche sociali e tra le voci più autorevoli in Italia sul tema dell’amministrazione condivisa e delle nuove economie territoriali.

Il suo intervento, denso e appassionato, ha intrecciato visione, esperienza e strumenti, partendo da una piccola immagine — quasi una poesia — per arrivare a delineare un vero e proprio cambio di paradigma nel modo di abitare, progettare e amministrare i territori.

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Il rigagnolo e il mare

Allora, provo a partire da un’immagine che per me è molto importante, e che in qualche modo mi accompagna da tanto tempo. È una piccola poesia, o meglio una storia, che ogni volta che la riprendo mi aiuta a rimettere a fuoco il senso di quello che faccio.

Immaginate un rigagnolo. Una cosa piccolissima. Quasi invisibile. Uno di quei fili d’acqua che scendono dalla montagna e che, se non ci fai caso, nemmeno li vedi. Non è un fiume, non è un torrente importante. È proprio una cosa marginale, quasi insignificante.

E questo rigagnolo, a un certo punto, incontra qualcuno. E questo qualcuno gli dice più o meno così:
“Ma dove vuoi andare? Sei troppo piccolo. Non sei niente. Il mare è lontanissimo. Non ce la farai mai. Prima di arrivarci ti asciugherai, sparirai, resterai secco da qualche parte lungo la strada.”

E questa voce, se ci pensate, è una voce molto realistica. È una voce che ha senso. Non sta dicendo una cosa assurda. Sta dicendo una cosa che, se la guardi da un certo punto di vista, è perfettamente logica.

Ma il rigagnolo risponde. E la cosa interessante è come risponde. Non risponde negando la realtà. Non dice “no, non è vero”. Dice qualcosa di diverso. Dice:
“Può darsi. Ma io continuo a scendere. E scendendo incontrerò altre acque. E insieme diventeremo qualcosa di più grande. E quel qualcosa di più grande diventerà un fiume. E quel fiume, prima o poi, arriverà al mare.”

(tratto da ‘O Grande Sciumme’ di Edoardo Firpo)

Quindi non è un ottimismo ingenuo. È un ottimismo relazionale. È basato sull’idea che non sei da solo.

Questa immagine, per me, è potentissima. Perché parla di tutte quelle cose che sono piccole, marginali, invisibili. Quelle cose che normalmente non vengono viste, o vengono considerate irrilevanti.

E però dice anche un’altra cosa: che queste cose, se entrano in relazione, se trovano una corrente, se trovano altri pezzi con cui connettersi, possono diventare qualcosa di molto più grande.

E attenzione: non è garantito. C’è anche il rischio di evaporare, di sparire, di non essere mai visti da nessuno. Questo rischio c’è. Ma fa parte del gioco.


Dai territori al cambio di paradigma

Per me questa immagine è sempre stata molto legata al territorio. Non solo al mio territorio, ma ai territori in generale, soprattutto quelli interni.

Perché i territori interni sono spesso percepiti esattamente così: piccoli, marginali, fuori dalle grandi dinamiche. Come se fossero destinati a non arrivare mai da nessuna parte.

E invece, se li guardi con questa lente, sono dei potenziali rigagnoli che possono entrare in relazione e diventare qualcosa di molto più grande.

Parto da qui perché quello che volevo condividere con voi oggi riguarda proprio questo tipo di logica.

Parliamo di amministrazione condivisa. Che è una parola che può sembrare tecnica, un po’ fredda, un po’ burocratica. Ma in realtà dentro ha esattamente questo tipo di intuizione.

Il Codice del Terzo Settore (D.Lgs. 117/2017) ha formalizzato alcune cose che in realtà esistevano già nella pratica. E le ha chiamate coprogettazione e coprogrammazione.

Ma se le guardiamo davvero, non sono semplicemente degli strumenti tecnici. Sono l’espressione di un cambiamento molto più profondo.

Partono da un assunto fondamentale:
oggi, per generare sostenibilità, non c’è altra strada che la contribuzione.

E questa parola — contribuzione — è fondamentale, perché si oppone in maniera radicale a un’altra parola che ha dominato gli ultimi decenni: estrazione.


Dall’estrazione alla contribuzione

Noi veniamo da trent’anni in cui abbiamo interiorizzato un modello estrattivo.

Un modello in cui il mondo funziona così:

  • prendo risorse
  • le uso
  • produco valore per me
  • e al massimo redistribuisco qualcosa dopo

E questo modello non è solo economico. È culturale, mentale, relazionale.

La contribuzione è l’opposto.

È l’idea che:

  • non puoi fare nulla da solo
  • quello che fai esiste perché altri contribuiscono
  • e tu, a tua volta, contribuisci a qualcosa che è più grande di te

E questa cosa non è morale. Non è “siamo buoni”. Non è volontariato nel senso superficiale del termine.

È una condizione di funzionamento.

Perché il punto è questo:
se il “comune” si rompe, non funziona più niente.

Nemmeno il tuo progetto individuale. Nemmeno la tua impresa. Nemmeno la tua vita.

E quindi contribuire non è altruismo. È intelligenza sistemica.


Il fallimento del modello “no limits”

Se guardiamo agli ultimi trent’anni, ci rendiamo conto di quanto questo sia stato rimosso.

Ci è stato raccontato che lo scambio fondamentale era:
consumo ↔ finanza

Tu consumi, ti realizzi attraverso il consumo, e il sistema finanziario sostiene tutto questo.

La tecnologia accelera tutto, rende tutto possibile, e la finanza diventa sempre più centrale, fino a superare l’economia reale.

Lo slogan era chiarissimo: No limits.

Non ci sono limiti. Puoi fare tutto. Puoi avere tutto.

Ma questo modello si è schiantato. Non regge.

Perché manca una cosa fondamentale:
le relazioni.

Ormai lo sappiamo anche scientificamente: la vita si genera nelle relazioni. Non esiste al di fuori di esse.

Ma le relazioni hanno bisogno di un terreno. Non stanno nel vuoto.

Questo terreno è il comune.

E il comune esiste solo se viene continuamente alimentato da contributi.


Il ruolo dei territori

E qui torniamo ai territori.

Perché nei territori interni, questa cosa è ancora visibile. È concreta. È quotidiana.

Il comune non è un concetto astratto. È qualcosa con cui hai a che fare tutti i giorni. Anche nei conflitti, anche negli attriti.

Nelle città, invece, spesso il comune è più fragile. Si costruisce intorno a eventi, a momenti, a reti temporanee. Ma poi fatica a mantenersi nel tempo.


Amministrazione condivisa: un metodo più efficace

Tutto questo è la base per capire cosa sia davvero l’amministrazione condivisa.

Perché l’amministrazione condivisa non è semplicemente un modo diverso di fare bandi.

È un cambio di paradigma.

Gregorio Arena lo dice in modo molto chiaro: è un metodo amministrativo che permette di affrontare meglio i problemi di interesse generale.

La parola chiave è efficacia.

Non più etico. Non più bello.
Più efficace.

Perché quando hai un problema di interesse generale:

  • hai bisogno di più informazioni
  • più competenze
  • più risorse
  • più punti di vista

E nessun soggetto, da solo, può averli tutti.


Dalla “minestra pronta” al pentolone del villaggio

Il modello tradizionale — l’appalto — funziona in un altro modo.

È verticale:

  • l’amministrazione decide
  • prepara
  • mette a gara
  • qualcuno esegue

È come una minestra già pronta.

L’amministrazione condivisa è un’altra cosa.

È il pentolone del villaggio.

C’è chi ha la ricetta, certo. Ma la ricetta da sola non basta. Servono gli ingredienti. E gli ingredienti li portano tutti.

E nel portare ingredienti, succede una cosa fondamentale:
si crea relazione.

E quella relazione aumenta la qualità e la potenza del risultato.


Non è uno strumento: è un modo di lavorare

Ma tutto questo non succede automaticamente.

Questi strumenti funzionano solo se cambia il modo di lavorare.

Non puoi usare la coprogettazione per fare le stesse cose che facevi prima.

Se lo fai, stai tradendo lo strumento.

E infatti oggi uno dei problemi principali è proprio questo:

  • gli strumenti ci sono
  • ma spesso non vengono usati davvero
  • o vengono usati in modo superficiale

Le condizioni perché funzioni

Perché funzionino davvero servono alcune cose fondamentali:

1. Uno stile
Non è solo tecnica. È un modo di stare nelle relazioni.

2. La gestione del processo
Non stai gestendo un atto. Stai gestendo un processo sociale complesso.

3. Il tempo della preparazione
Quello che possiamo chiamare il “primo tempo”.

Un tempo in cui:

  • ci si conosce
  • si costruisce fiducia
  • si scambiano informazioni
  • si definiscono le condizioni

Se salti questo pezzo, fallisce tutto.


Tornare al rigagnolo

E forse, alla fine, tutto torna lì.

Al rigagnolo.

Perché l’amministrazione condivisa è esattamente questo:

  • piccoli pezzi
  • che da soli non bastano
  • ma che entrando in relazione
  • diventano corrente

E quella corrente, se funziona, arriva lontano.