Il modello finanziario per le economie abitanti: fondazioni, finanza etica e credito consapevole – Modulo 11

Dal webinar della Call Economie Abitanti: fondazioni, finanza etica, credito consapevole e strumenti per sostenere imprese sociali, cooperative di comunità e progetti nelle aree interne

Come si valutano i progetti sociali? Quali strumenti finanziari sono più adatti alle imprese di comunità? E con quale postura ci si avvicina a fondazioni, banche e soggetti finanziatori?

Nel nuovo webinar della Call Economie Abitanti 2025, moderato da Andrea Zanzini, Appenninol’Hub ha affrontato uno dei temi più delicati e decisivi per chi costruisce progetti di rigenerazione territoriale, cooperative di comunità, imprese sociali e iniziative nelle aree interne: il modello finanziario.

Il titolo dell’incontro — Il modello finanziario, la finanza etica, chi e come si valutano i progetti — ha messo al centro una questione concreta: le risorse economiche sono indispensabili, ma non sono mai neutre. Ogni forma di finanziamento porta con sé opportunità, tempi, vincoli, responsabilità e rischi. Per questo è fondamentale conoscere i diversi strumenti disponibili, capire quando sono adeguati alla fase di sviluppo del progetto e imparare a scegliere partner coerenti con la propria missione.

Sono intervenuti:

  • Carola Carazzone, segretaria generale di Assifero, per una lettura del mondo delle fondazioni e della filantropia istituzionale;
  • Carmine Guanci, direttore della Fondazione Peppino Vismara, con un approfondimento sull’esperienza della fondazione accanto alle imprese sociali e alle aree interne;
  • Nicola Brugnatelli, di Banca Popolare Etica, che ha illustrato criteri, strumenti e cautele legate all’accesso al credito e alla finanza etica.

L’incontro si inserisce nel percorso della quarta edizione della Call Economie Abitanti, che quest’anno ha raccolto 164 richieste di iscrizione da circa venti regioni italiane, selezionando una sessantina di progetti. Una novità importante dell’edizione 2025 è l’introduzione di una prima valutazione di impatto sociale dei progetti, costruita a partire dai dati autodichiarati in fase di candidatura: informazioni sull’impatto, sulla sostenibilità economica, sulla composizione dei team, sulle fragilità e sui punti di forza.

Questa valutazione non è pensata come un giudizio statico, ma come uno strumento di lavoro: permette ai partecipanti di leggere meglio il proprio progetto, orientare le consulenze individuali e misurare nel tempo i cambiamenti generati anche grazie al percorso formativo.

Perché parlare di finanza nelle economie abitanti

Le economie abitanti nascono spesso da bisogni molto concreti: tenere vivo un paese, riattivare servizi, generare lavoro, contrastare lo spopolamento, creare nuove forme di abitare, turismo, cura, produzione locale e comunità.

Ma perché questi progetti possano durare, non basta una buona idea. Serve un modello capace di reggersi nel tempo.

Andrea Zanzini lo ha ricordato in apertura: le imprese sociali e di comunità devono “stare in piedi con le proprie gambe”, soprattutto dal punto di vista economico. Allo stesso tempo, esiste un mondo di fondazioni, finanza etica e strumenti di accompagnamento che può diventare non solo fonte di risorse, ma anche compagno di viaggio.

Il punto non è semplicemente “trovare soldi”. Il punto è capire quali risorse sono coerenti con:

  • la missione del progetto;
  • la fase di sviluppo in cui si trova;
  • la capacità di gestione del team;
  • i tempi reali di generazione dei ricavi;
  • l’impatto sociale atteso;
  • la sostenibilità complessiva della comunità e del territorio.

Un finanziamento bancario, un grant, un ingresso nel capitale sociale, un prestito paziente, un bando pubblico, una campagna di crowdfunding o una partnership filantropica sono strumenti molto diversi. Confonderli può produrre fragilità. Usarli con consapevolezza può invece rafforzare il progetto.


Carola Carazzone: la filantropia tra libertà, responsabilità e capitale di rischio

Il primo intervento è stato affidato a Carola Carazzone, che ha proposto non una “lezione da fundraiser”, ma una riflessione più profonda sul senso della filantropia oggi.

Dal suo osservatorio nazionale ed europeo, Carazzone ha descritto un sistema filantropico ancora segnato da un certo solipsismo: molte fondazioni collaborano poco, condividono poco gli apprendimenti e rischiano di agire in modo isolato. A questo si aggiunge la proliferazione di microfondazioni familiari, spesso prive di strutture professionali adeguate.

Secondo Carazzone, invece, le reti della filantropia dovrebbero servire proprio ad accelerare processi di apprendimento, far circolare lezioni apprese, anche dagli errori, e aiutare le fondazioni a porsi domande migliori.

Uno dei passaggi centrali riguarda la distinzione tra strumento e finalità. Per molto tempo si è parlato di “fondazioni di erogazione”, rischiando di identificare la filantropia con il semplice grant making. Ma l’erogazione è solo uno degli strumenti possibili. La finalità è più ampia: contribuire al bene comune, sostenere innovazione sociale, accompagnare cambiamenti complessi.

Libertà e responsabilità

Le fondazioni dispongono di risorse private destinate al bene comune. Questa libertà è una loro caratteristica unica, ma comporta anche una grande responsabilità.

Responsabilità non solo su cosa si finanzia, ma anche su:

  • come si finanzia;
  • quando si finanzia;
  • quanto si finanzia;
  • quale relazione si costruisce con chi riceve il sostegno;
  • quali metriche si usano per valutare;
  • quanto si è disposti ad ascoltare le comunità.

Carazzone ha insistito molto sulla qualità della relazione tra fondazione e beneficiario. Una relazione che spesso è asimmetrica, perché da un lato c’è chi dispone di risorse e dall’altro chi le cerca. Proprio per questo servono delicatezza, empatia, gentilezza e la capacità di non imporre ricette dall’alto.

La valutazione, in questa prospettiva, non dovrebbe ridursi a una lista di KPI o a un esercizio di controllo. Dovrebbe diventare un processo abilitante di apprendimento, adattamento e costruzione di senso.

La filantropia come capitale paziente e capitale di rischio

Uno dei concetti più forti dell’intervento è stato quello della filantropia come capitale di rischio.

Le fondazioni, ha spiegato Carazzone, avrebbero la possibilità di assumersi rischi che né il mercato né lo Stato possono o vogliono assumersi. Possono investire nelle fasi iniziali, quando un progetto è ancora fragile, quando non esistono garanzie, quando il ritorno non è certo ma l’impatto potenziale è rilevante.

Eppure, molte fondazioni sono ancora troppo avverse al rischio. Cercano risultati certi, progetti controllabili, indicatori rassicuranti. Ma la vera innovazione sociale richiede anche la disponibilità a fallire, imparare, correggere, riprovare.

Da qui una provocazione molto significativa: una filantropia che fallisce troppo poco forse non sta osando abbastanza.

Per le economie abitanti questo è un tema centrale. Molti progetti nelle aree interne non possono essere letti solo con metriche lineari. Operano in contesti fragili, lavorano su comunità, relazioni, servizi, lavoro, abitare, identità territoriali. Hanno bisogno di strumenti finanziari pazienti, flessibili, capaci di accompagnare processi lunghi e non solo singole attività.

Approcciare le fondazioni da partner, non con il cappello in mano

Alla domanda implicita su come ci si avvicini a una fondazione, Carazzone ha dato una risposta netta: da partner.

Gli imprenditori sociali non devono presentarsi come soggetti deboli in cerca di beneficenza, ma come portatori di valore, visione, competenze, radicamento territoriale. Devono avere consapevolezza della propria dignità e della propria funzione pubblica.

Questo non significa arroganza, ma capacità di riconoscere che chi abita un territorio, chi lo conosce e chi costruisce ogni giorno soluzioni concrete possiede un sapere che nessun finanziatore può sostituire.


Carmine Guanci: Fondazione Vismara e l’accompagnamento alle imprese di comunità

Il secondo intervento, affidato a Carmine Guanci, ha portato il discorso sul terreno concreto dell’esperienza della Fondazione Peppino Vismara.

Guanci ha raccontato una fondazione sobria, indipendente, libera da vincoli di marchio o di territorio, che non cerca visibilità e non impone la propria presenza. L’immagine scelta è molto chiara: la fondazione preferisce stare dietro agli enti che sostiene, per dare una spinta quando serve e sorreggere nei momenti in cui il percorso si fa più difficile.

Non una fondazione che sale in cattedra, quindi, ma un soggetto che accompagna.

Progetti lunghi, relazioni e ascolto

Fondazione Vismara gestisce circa 200 progetti, eroga ogni anno intorno a dieci milioni di euro e sostiene una ottantina di nuovi interventi. I progetti durano mediamente due o tre anni, perché generare cambiamento reale in dodici mesi è spesso poco realistico.

Guanci ha portato nel suo intervento anche la propria esperienza di cooperatore sociale. Per trent’anni ha lavorato “dall’altra parte”, tra chi cercava risorse, costruiva imprese sociali, affrontava errori e difficoltà operative. Questa storia professionale oggi diventa un patrimonio che la fondazione mette a disposizione degli enti sostenuti: non solo denaro, ma competenze, relazioni, lettura dei problemi, capacità di accompagnamento.

Negli ultimi anni la Fondazione Vismara ha concentrato una parte della propria attenzione sulle aree interne, riconoscendo in questi territori marginalizzati ma ricchi di umanità e relazioni un campo decisivo per il futuro del Paese.

La sostenibilità non è solo quella dell’impresa

Uno dei passaggi più importanti riguarda il concetto di sostenibilità.

Per Guanci, nelle imprese di comunità la sostenibilità non può essere letta solo come equilibrio economico della singola attività imprenditoriale. Certo, i conti devono tornare. Ma bisogna allargare lo sguardo alla sostenibilità dell’ecosistema: territorio, comunità, servizi, lavoro, relazioni, impatto sociale.

Una cooperativa di comunità può gestire un bar, un forno, un servizio turistico, un presidio sociale o un’attività agricola. Ma spesso il suo valore non si esaurisce nel margine economico di quella singola attività. Il valore sta anche nel fatto che mantiene vivo un paese, crea lavoro, produce legami, riattiva spazi e servizi.

Questa complessità richiede strumenti finanziari e filantropici più articolati.

Le forme di sostegno possibili

Fondazione Vismara ha sostenuto negli ultimi anni 14 cooperative di comunità. In una prima fase lo ha fatto anche entrando nel capitale sociale, diventando socia sovventrice e apportando capitale fresco.

Questo intervento è servito in alcuni casi a superare difficoltà post-Covid, in altri a sostenere piani di sviluppo: acquisizione del bar del paese, del panificio, di attrezzature per l’accoglienza turistica o per altre attività territoriali.

Con il tempo, però, è emerso un apprendimento importante: molte cooperative non hanno solo bisogno di soldi. Spesso hanno bisogno di competenze gestionali, controllo di gestione, supporto nello sviluppo imprenditoriale, relazioni, esperti di settore, accompagnamento nella ristorazione, nell’accoglienza, nella panificazione, nei servizi alla pubblica amministrazione.

Per questo la fondazione valuta diverse forme di intervento:

  • ingresso nel capitale sociale, con orizzonti di 5-10 anni;
  • grant a fondo perduto, per piani di sviluppo di 24-36 mesi;
  • copertura dei costi per affiancare manager o esperti;
  • prestiti privilegiati propri o tramite partner;
  • connessione con banche, fondi mutualistici e strumenti della cooperazione;
  • messa in relazione tra esperienze territoriali.

Un esempio concreto citato durante il webinar è il rapporto tra Fondazione Vismara, Appenninol’Hub e lo sviluppo del progetto Casa CoLiving, nato da una condivisione di visione e di rischio. Non solo un contributo economico, ma un percorso di maturazione, revisione del business plan, confronto e crescita.

La fondazione non deve sostituirsi al territorio

Guanci ha ribadito un principio essenziale: una fondazione non dovrebbe pensare di saperne più di chi vive e lavora sul territorio.

Può portare esperienze viste altrove, può fare domande, può suggerire strumenti, può decidere liberamente di sostenere o non sostenere un progetto. Ma non deve costringere una cooperativa ad adeguarsi alla visione del finanziatore solo per ottenere risorse.

Anche questo è un tema di dignità. Chi promuove un progetto deve ascoltare, imparare e confrontarsi, ma non perdere la propria autonomia.

Per Fondazione Vismara, un criterio decisivo è la ricaduta sociale. In particolare, Guanci ha sottolineato l’importanza del lavoro vero: lavoro regolare, con contratto collettivo nazionale, rispetto dei diritti e attenzione alle persone più fragili. Se un progetto non genera questo tipo di ricaduta, per la fondazione può non essere prioritario, anche se resta un progetto valido per altri soggetti.


Nicola Brugnatelli: Banca Etica, valutazione integrata e credito responsabile

Il terzo intervento, con Nicola Brugnatelli di Banca Popolare Etica, ha portato dentro il webinar il punto di vista di un istituto di credito nato per servire l’economia sociale e solidale.

Banca Etica è una banca a tutti gli effetti, vigilata come tutte le altre banche italiane. Nasce nel 1999 dopo un percorso avviato da associazioni, soci, realtà del terzo settore e cittadini che immaginavano una banca capace di dare accesso al credito a soggetti spesso esclusi dal sistema finanziario tradizionale.

La sua particolarità sta nella forma cooperativa, nella governance diffusa e in alcune scelte strutturali:

  • non è quotata in borsa;
  • nessun socio può detenere più dell’1%;
  • vale il principio “una testa, un voto”;
  • non distribuisce dividendi significativi;
  • conta oltre 50.000 soci tra persone fisiche e giuridiche.

Queste caratteristiche la rendono più libera, anche se la libertà di una banca è sempre limitata dalle regole della vigilanza bancaria.

Scegliere un partner, non solo un prodotto

Brugnatelli ha chiarito subito un punto: il denaro prestato da una banca è sempre denaro. La differenza non sta solo nel prodotto finanziario o nel tasso, ma nel modo in cui la banca agisce, accompagna, ascolta, valuta e costruisce relazione.

Per questo il consiglio agli imprenditori sociali è di non cercare semplicemente “la banca”, ma un partner finanziario coerente con il proprio progetto.

Banca Etica dispone di prodotti bancari ordinari — finanziamenti, fidi, anticipi fattura, strumenti per la gestione della liquidità — ma cerca di costruire soluzioni su misura, da “sarti”, mettendo in relazione il business plan con le esigenze finanziarie reali.

La valutazione integrata

Uno degli elementi distintivi di Banca Etica è la valutazione integrata.

Quando una realtà chiede finanza, non viene valutata solo sul piano economico, finanziario e patrimoniale. A questa analisi si aggiunge una valutazione socioambientale.

Il processo prevede un questionario online sui temi sociali, ambientali e di governance. In alcuni casi il questionario viene analizzato direttamente dall’istruttore della pratica; nei casi più rilevanti interviene anche un valutatore sociale, che incontra l’organizzazione e approfondisce gli aspetti emersi.

Il risultato è una valutazione unica, che tiene insieme sostenibilità economica e coerenza socioambientale. Nessuna pratica viene deliberata senza questo connubio.

Inoltre, la valutazione socioambientale incide anche sul pricing, cioè sul costo del denaro. In altre parole, l’impatto e la qualità sociale del progetto non sono un elemento decorativo, ma entrano nella costruzione delle condizioni finanziarie.

Cosa cerca una banca in un progetto

Dal punto di vista operativo, Brugnatelli ha indicato alcuni elementi che una banca osserva quando valuta una richiesta di credito:

1. Analisi del bisogno e del territorio
Il progetto deve dimostrare di rispondere a un bisogno reale. Non serve necessariamente una sofisticata analisi di mercato, ma è importante mostrare che il prodotto o servizio proposto ha senso nel contesto in cui nasce.

2. Governance
La banca guarda a come è strutturata la governance, quali competenze sono presenti, quali capacità il gruppo può mettere in campo e quali dovrà acquisire.

3. Assetti gestionali
Dietro questo termine tecnico c’è una domanda semplice: chi fa cosa? È fondamentale chiarire ruoli, responsabilità, competenze tecniche, commerciali, amministrative e gestionali.

4. Business plan
Il business plan non deve essere il “libro dei sogni”, né una brochure scritta da un consulente e poi lasciata in un cassetto. Deve essere uno strumento vivo, utile a controllare la rotta, aggiornare le previsioni, verificare investimenti, flussi, costi e ricavi.

Brugnatelli ha sottolineato che raramente un business plan si realizza esattamente come scritto. Ma resta indispensabile come strumento di orientamento e apprendimento.

Quando il credito è adatto e quando no

Un passaggio molto utile è arrivato durante una domanda sul rapporto tra Banca Etica, sponsorizzazioni e fondo perduto.

Brugnatelli ha chiarito che Banca Etica non è un soggetto erogativo a fondo perduto. È una banca. Può valutare un finanziamento quando un progetto genera flussi economici capaci di restituire il prestito. Se invece il progetto ha bisogno di risorse per realizzare attività che non produrranno entrate sufficienti al rimborso, allora il credito bancario non è lo strumento adatto.

Questa distinzione è fondamentale per le economie abitanti.

Il credito può essere uno strumento potente, ma solo se il progetto ha:

  • entrate previste credibili;
  • capacità di rimborso;
  • tempi coerenti;
  • gestione finanziaria adeguata;
  • consapevolezza degli impegni assunti.

Altrimenti il rischio è trasformare un’opportunità in un problema.


Le cautele: non prendere finanziamenti con leggerezza

Nella parte finale del webinar è emersa con forza una raccomandazione condivisa da tutti gli interventi: non bisogna prendere finanziamenti con leggerezza.

Un finanziamento bancario, un anticipo, un prestito o anche alcuni bandi pubblici non sono semplici “occasioni”. Possono generare esposizione, vincoli, obblighi di restituzione, anticipazioni di cassa, garanzie personali o collettive, scadenze rigide.

Brugnatelli ha ricordato che una banca, una volta firmato un contratto, ha margini limitati. Se il finanziamento prevede 12 mesi per il rimborso, quelli sono i tempi. Se saltano una, due, tre rate, la situazione può cambiare rapidamente: cambiano gli interlocutori, il credito può passare a funzioni interne orientate non più all’accompagnamento ma al rientro.

Per questo è essenziale:

  • diversificare le fonti;
  • non basare tutto su un solo finanziamento;
  • valutare non solo il tasso, ma anche garanzie e condizioni accessorie;
  • leggere bene i vincoli;
  • chiedere supporto a esperti quando serve;
  • parlare subito con la banca in caso di difficoltà;
  • scegliere partner finanziari capaci di accompagnare il progetto.

Carmine Guanci ha aggiunto un punto decisivo: molte cooperative di comunità non hanno internamente tutte le competenze per valutare una proposta finanziaria. In questi casi è utile farsi accompagnare dal mondo cooperativo, da consulenti competenti, da soggetti di fiducia. Ma la scelta finale deve restare in mano alla cooperativa.

A casa propria, ha ricordato Guanci, comandano i soggetti del territorio. L’importante è decidere con tutte le informazioni necessarie.


Crowdfunding e Produzioni dal Basso

Nel webinar si è parlato anche del rapporto tra Banca Etica e crowdfunding, in particolare attraverso Produzioni dal Basso.

Le possibilità indicate sono due.

La prima è più leggera: un progetto di crowdfunding viene presentato al gruppo territoriale di Banca Etica. Se il gruppo lo valuta positivamente, il progetto può andare sulla piattaforma con il logo di Banca Etica, beneficiando di un riconoscimento reputazionale.

La seconda riguarda bandi periodici promossi dalla banca su temi specifici, ad esempio sport, imprenditoria femminile o altri ambiti individuati di anno in anno. In questo caso i progetti selezionati vengono caricati sulla piattaforma e, se raggiungono una certa soglia di raccolta — ad esempio il 70 o 75% — la banca contribuisce a completare il budget.

Anche qui, però, vale una regola: il progetto deve essere coerente con il tema del bando e con gli obiettivi della finanza etica.

Dignità, consapevolezza e alleanze

Uno dei fili rossi più forti dell’incontro è stato il tema della dignità.

Dignità nel rapporto con le fondazioni.
Dignità nel rapporto con le banche.
Dignità nel costruire partnership.
Dignità nel riconoscere il proprio valore di imprenditori sociali, cooperative, abitanti, comunità che generano futuro.

Le economie abitanti non devono presentarsi come soggetti marginali che chiedono aiuto, ma come realtà che producono valore pubblico: lavoro, cura, servizi, presidio territoriale, innovazione sociale, rigenerazione di spazi e relazioni.

Allo stesso tempo, questa dignità richiede responsabilità. Serve conoscere i propri numeri, chiarire i ruoli, costruire business plan credibili, valutare rischi e opportunità, distinguere tra grant e credito, sapere quando un finanziamento è utile e quando può essere pericoloso.

Il webinar ha mostrato che il mondo della finanza e della filantropia non è un blocco unico. Esistono fondazioni che accompagnano, banche che valutano l’impatto, strumenti pazienti, capitali di rischio, crowdfunding, grant, prestiti, reti e alleanze.

La sfida per le economie abitanti è imparare a orientarsi in questo ecosistema, senza perdere la propria visione.

Una lezione per i progetti delle aree interne

Per chi lavora nelle aree interne, il messaggio è chiaro: la sostenibilità non si improvvisa.

Serve un progetto radicato, ma anche leggibile.
Serve una visione sociale, ma anche un piano economico.
Serve passione, ma anche governance.
Serve fiducia, ma anche competenza.
Serve coraggio, ma anche prudenza.

Le fondazioni possono essere partner di rischio e di apprendimento. La finanza etica può offrire strumenti coerenti e valutazioni attente all’impatto. Le banche possono sostenere investimenti, ma solo quando esistono flussi e capacità di rimborso. Il crowdfunding può attivare comunità, ma richiede comunicazione, reputazione e mobilitazione.

La vera competenza, per le economie abitanti, sta nel comporre queste possibilità in modo coerente con la propria fase di sviluppo.

Non tutti i soldi sono uguali.
Non tutti gli strumenti vanno bene per tutti.
Non tutti i partner sono adatti a ogni progetto.

Scegliere bene significa proteggere la missione, rafforzare la comunità e costruire condizioni reali di futuro.

Conclusione

Il webinar della Call Economie Abitanti ha offerto una mappa preziosa per chi sta costruendo imprese sociali, cooperative di comunità e progetti territoriali.

Carola Carazzone ha invitato a guardare alla filantropia come capitale libero, responsabile, paziente e capace di rischio. Carmine Guanci ha mostrato come una fondazione possa accompagnare le imprese di comunità mettendosi dietro, non davanti, e riconoscendo il sapere dei territori. Nicola Brugnatelli ha chiarito cosa significa accedere al credito in modo consapevole, quali criteri usa una banca etica e quali cautele servono per non trasformare un’opportunità in un vincolo insostenibile.

Per le economie abitanti, la finanza non è solo una questione tecnica. È una questione di visione, alleanze, postura e responsabilità.

Costruire un modello finanziario significa chiedersi non solo “dove troviamo le risorse?”, ma soprattutto: quali risorse sono giuste per il cambiamento che vogliamo generare?