Cosa significa davvero scegliere la forma cooperativa per dare futuro a un territorio? In questo approfondimento, nato dal webinar di Appenninol’Hub con Valerio Pellirossi, entriamo dentro il significato più autentico delle cooperative di comunità: imprese che nascono dai bisogni locali, si radicano nelle relazioni e provano a costruire sostenibilità economica senza perdere di vista la missione collettiva.

Il webinar si inserisce nel percorso della Call Economie Abitanti 2025–2026, il programma di Appenninol’Hub dedicato alla formazione e all’accompagnamento di progetti e imprese abitanti nelle aree interne.


Quando un territorio non vuole più perdere pezzi

C’è sempre un momento, nei territori, in cui qualcosa cambia davvero. Non succede all’improvviso. Non è quasi mai un evento clamoroso. Più spesso è una somma di piccoli segnali: un servizio che si indebolisce, una bottega che chiude, una scuola che fatica a restare aperta, un presidio che smette di sembrare scontato. E insieme a questi segnali arriva una domanda che, prima o poi, qualcuno pronuncia ad alta voce: “E adesso cosa facciamo?”

È proprio in quel punto, in quello spazio sottile tra la perdita e la possibilità, che può nascere la cooperazione. Non come formula astratta, non come semplice adempimento giuridico, ma come risposta collettiva. Come scelta di chi decide che un luogo non va soltanto raccontato o rimpianto, ma anche abitato, curato, reinventato.

È una visione che attraversa in profondità il lavoro di Appenninol’Hub, incubatore d’impresa e innovazione per aree interne, comunità ed economie sociali


Prima della cooperativa, c’è il cooperare

Nel suo intervento, Valerio Pellirossi, direttore di Confcooperative Habitat, mette subito a fuoco un punto essenziale: prima ancora di parlare di cooperativa, bisogna parlare di cooperare. È una distinzione solo apparentemente sottile, perché in realtà cambia completamente la prospettiva.

La cooperativa, infatti, non nasce prima di tutto come contenitore tecnico. Nasce come esito di un processo umano, sociale e territoriale. Nasce quando un gruppo di persone inizia a guardare gli stessi problemi non più come questioni individuali, ma come responsabilità condivise. Nasce quando si smette di aspettare che la soluzione arrivi da fuori e si prova, con tutti i limiti e tutta la fatica del caso, a costruirla insieme.

È per questo che il verbo viene prima del sostantivo. Prima c’è il gesto del cooperare, poi eventualmente arriva la forma cooperativa.


Senso e senno: le due forze che tengono in piedi un progetto

Andrea Zanzini introduce il webinar attraverso due parole che, in fondo, contengono già tutta la questione: senso e senno. Due parole che aiutano a capire non solo cosa sia una cooperativa di comunità, ma anche perché certi percorsi riescono a nascere e altri, invece, si fermano prima.

Il senso: ciò che muove

Il senso è ciò che spinge ad agire. È quella parte che ha a che fare con i bisogni, con le volontà, con i desideri condivisi, con il riconoscimento di un problema che non si vuole più subire passivamente. È il livello in cui una comunità sente che un luogo è importante e che vale la pena tentare qualcosa per non lasciarlo scivolare via.

Il senso è la spinta che porta a dire: qui c’è un bisogno reale, qui c’è una possibilità, qui possiamo prenderci una responsabilità.

Il senno: ciò che rende possibile durare

Il senno, invece, è la parte che obbliga a fare i conti con la realtà. È l’organizzazione, la gestione, la sostenibilità economica, l’amministrazione, la capacità di trasformare un’intuizione in qualcosa che non dipenda solo dall’entusiasmo iniziale. È il passaggio in cui un progetto deve chiedersi come funziona, come si mantiene, come remunera il lavoro, come affronta la complessità.

Detto in modo semplice: senza senso non si parte, ma senza senno non si resta.


Le cooperative di comunità nascono dai territori, non da un modello standard

Uno degli aspetti più interessanti emersi dal confronto è che le cooperative di comunità non derivano da un modello calato dall’alto. Non nascono perché qualcuno ha scritto una formula perfetta da replicare identica ovunque. Nascono invece dall’incontro tra problemi concreti e capacità collettiva di risposta.

In molte aree del Paese, soprattutto nell’Appennino tosco-emiliano, tosco-romagnolo e in alcune zone alpine, queste esperienze sono cresciute perché si è fatta sempre più urgente una domanda di fondo: come invertire lo spopolamento, come dare futuro a un territorio, come tenere insieme servizi, lavoro e qualità della vita?

Ed è proprio da questa domanda che si è aperta una riflessione sempre più strutturata sul rapporto tra cooperative di comunità, imprese abitanti ed economie territoriali, un tema che Appenninol’Hub approfondisce anche nell’articolo Cosa sono Imprese Abitanti e Cooperative di Comunità.


Abitare non significa solo vivere in un luogo, ma renderlo abitabile

Nel racconto di Pellirossi emerge con grande chiarezza un altro passaggio decisivo: non si tratta semplicemente di fare impresa in un territorio. Si tratta di ragionare su come rendere quel territorio abitabile.

È una differenza enorme. Perché quando si parla di abitabilità non si parla solo di case o di residenza. Si parla di tutto ciò che permette a una persona, a una famiglia, a una comunità di riconoscere un luogo come vivibile e desiderabile. Si parla di servizi, di opportunità, di relazioni, di accesso, di possibilità di lavoro, di qualità della vita quotidiana.

È qui che le cooperative di comunità diventano particolarmente interessanti: perché cercano di costruire imprese capaci non solo di erogare una prestazione, ma di incidere sul modo in cui un territorio può continuare a essere abitato.


Quando l’impresa tradizionale non basta più

Uno dei nuclei più forti del webinar riguarda il limite del modello economico tradizionale in molti contesti fragili. L’idea dell’impresa specializzata, centrata su una sola funzione e su una sola fonte di sostenibilità, spesso nei piccoli paesi non regge più. Non perché sia sbagliata in sé, ma perché il contesto attorno è cambiato.

Un bar che fa solo il bar, un forno che produce solo pane, una struttura che offre soltanto ospitalità, in certi territori rischiano di non riuscire più a stare in piedi. Il punto, allora, non è salvare meccanicamente una singola attività, ma capire come quella funzione possa essere integrata dentro una risposta più ampia.

La cooperazione, in questo senso, offre una possibilità concreta: quella di tenere insieme più cose che, prese singolarmente, non reggerebbero, ma che insieme acquistano senso e sostenibilità.


La cooperativa di comunità come impresa multi-servizio e multi-bisogno

Qui si capisce molto bene perché la cooperativa di comunità non coincide con un’attività unica. La sua forza sta spesso proprio nel riuscire a connettere funzioni diverse: servizi di prossimità, ospitalità, manutenzione ambientale, valorizzazione del patrimonio, attività educative, iniziative culturali, piccoli presidi commerciali.

Questo non significa fare tutto in modo confuso. Significa, al contrario, costruire un disegno coerente a partire dai bisogni reali di un luogo. È un approccio che si allontana dalla logica della specializzazione pura e si avvicina a una logica di integrazione territoriale.

In molti casi, è proprio questa capacità di tenere insieme comunità, socialità ed economia che consente all’impresa di funzionare dove il mercato tradizionale, da solo, non riesce più a dare risposte.


Profitto e impatto: la differenza che cambia la direzione dell’impresa

Un altro nodo chiarito molto bene da Andrea Zanzini riguarda il tema del profitto. Le cooperative non sono realtà che rifiutano in assoluto la dimensione economica. Producono utili, devono far quadrare i conti, devono remunerare il lavoro e costruire sostenibilità. Ma ciò che cambia è la destinazione e la finalità di quegli utili.

Nelle imprese tradizionali, il margine tende a essere orientato al beneficio dei proprietari o degli azionisti. Nelle cooperative, invece, gli utili restano all’interno dell’organizzazione e vengono reinvestiti nella missione, nei servizi, nella comunità, nel territorio. Per questo il punto non è massimizzare il profitto per sé, ma massimizzare l’impatto generato.

È una differenza decisiva, perché sposta l’asse dell’impresa: non più soltanto il ritorno sul capitale, ma la capacità di produrre valore condiviso.


Democrazia economica: la cooperativa come esercizio di partecipazione

Alla base della forma cooperativa c’è anche un altro principio essenziale: quello della democrazia economica. Non conta quanto capitale possiedi, ma il fatto di essere socio. Ogni socio ha un voto. Ogni persona, dentro l’assemblea, conta come soggetto e non come quota di capitale.

Questo aspetto, che può sembrare molto tecnico, in realtà ha conseguenze profonde. Significa che la cooperativa richiede più partecipazione, più informazione condivisa, più confronto, più capacità di costruire decisioni collettive. Richiede un lavoro ulteriore di coinvolgimento e responsabilizzazione dei soci. Ma è anche ciò che la rende coerente con l’idea di un’impresa che non nasce per concentrare potere, bensì per distribuirlo.


Sostenibilità economica: la missione alta non basta da sola

Su questo punto, Pellirossi è molto netto. Una cooperativa è un’impresa a tutti gli effetti. E questo significa che, pur mantenendo una missione alta, deve trovare una forma concreta di equilibrio economico. Non si tratta di snaturare il progetto, ma di renderlo possibile nel tempo.

Per questo, nel percorso di Appenninol’Hub, il lavoro sull’idea imprenditoriale non si esaurisce nell’ispirazione o nella visione, ma entra anche nella costruzione della fattibilità, dell’analisi economica, della definizione dei servizi e della loro tenuta. È un approccio coerente con il carattere della Call Economie Abitanti 2025–2026, che non è soltanto un programma formativo, ma un percorso di accompagnamento allo sviluppo di progetti e imprese abitanti.

La sostenibilità, in altre parole, non è un passaggio accessorio. È la condizione che permette al progetto di non spegnersi dopo l’entusiasmo iniziale.


Fondi pubblici e bandi: utili, ma non sufficienti

Un altro chiarimento importante riguarda il rapporto con i finanziamenti pubblici. Le cooperative di comunità, proprio perché spesso svolgono servizi di interesse generale, possono intercettare bandi, contributi, opportunità pubbliche o filantropiche. Ma il messaggio emerso dal webinar è molto chiaro: non si costruisce un progetto imprenditoriale fondandolo esclusivamente sui contributi.

I fondi possono aiutare l’avvio, sostenere un investimento, accelerare l’apertura di un servizio. Possono essere una leva preziosa. Ma se il progetto non ha una sua solidità nell’oggetto che gestisce, se non ha una struttura economica minima che lo renda credibile e sostenibile, i finanziamenti rischiano persino di diventare un problema invece che una soluzione.

È per questo che, anche nel racconto di Appenninol’Hub sulle cooperative di comunità e le imprese abitanti, l’accesso alle opportunità finanziarie viene sempre letto come leva complementare e non come base strutturale del progetto


Il rapporto con il Comune: alleanza sì, dipendenza no

Il webinar affronta anche una questione molto concreta e spesso decisiva: qual è il corretto rapporto tra cooperativa di comunità ed ente pubblico?

La risposta che emerge è sfumata ma precisa. L’amministrazione locale può essere un interlocutore fondamentale. Può riconoscere il valore del progetto, dialogare, collaborare, affidare servizi, mettere a disposizione spazi o risorse. Ma la cooperativa, per funzionare bene, deve mantenere una propria autonomia.

Se il progetto nasce solo perché lo vuole il Comune, ma non esiste una comunità reale che lo anima e lo sostiene, allora manca la base stessa dell’iniziativa. Se invece la cooperativa nasce da una mobilitazione autentica del territorio, allora il rapporto con l’amministrazione può diventare una partnership intelligente, capace di generare benefici reciproci.

In questo senso, il tema della rete e delle alleanze territoriali è centrale, ed è coerente con la filosofia descritta nella pagina La rete, dove Appenninol’Hub racconta il proprio metodo di accompagnamento passo dopo passo e la capacità di attivare competenze diverse in base ai bisogni specifici dei progetti.


Le persone fanno la differenza: chi resta, chi torna, chi si mette in gioco

Uno degli aspetti più vivi del confronto è il riconoscimento del ruolo del capitale umano. Molte cooperative di comunità nascono e si consolidano perché ci sono persone che scelgono di restare o di tornare, portando con sé competenze, visioni, esperienze anche molto diverse da quelle che si potrebbero immaginare in un piccolo paese.

Non è un dettaglio. È un passaggio fondamentale. Perché oggi fare impresa in un’area interna non significa riprodurre il passato in scala ridotta, ma mettere in dialogo saperi nuovi, competenze alte, capacità di adattamento e desiderio di radicamento. È una miscela che può rendere possibile ciò che, con gli strumenti di ieri, sembrava irrealizzabile.


Tra sogno e business plan: il punto di equilibrio che serve davvero

Verso la fine dell’incontro, emerge forse una delle indicazioni più preziose per chi oggi si affaccia a un percorso di impresa di comunità. Non bisogna smettere di sognare. Ma non basta sognare. Serve tenere insieme la follia necessaria per immaginare qualcosa che ancora non esiste e il rigore necessario per costruirla davvero.

È un equilibrio delicato, ma fondamentale. Perché senza una quota di visione, di ostinazione e persino di coraggio un po’ irrazionale, molte cooperative di comunità non sarebbero mai nate. Eppure, senza la pazienza di misurarsi con vincoli, numeri, forme, tempi, regole e responsabilità, nessuna di quelle intuizioni avrebbe potuto reggere nel tempo.

È forse proprio qui che la cooperazione mostra il suo tratto più interessante: non elimina la complessità, ma prova ad abitarla.


Conclusione: cooperare è una scelta culturale prima ancora che economica

Alla fine, quello che il webinar restituisce con forza è che la cooperazione non è soltanto una forma di impresa. È un modo di guardare i territori e di stare dentro i problemi. È una scelta culturale, prima ancora che giuridica o organizzativa.

Le cooperative di comunità diventano allora uno strumento potente non perché risolvono magicamente tutto, ma perché permettono a una comunità di provare a diventare protagonista del proprio destino. Di mettere insieme bisogni, relazioni, capacità, visione e lavoro. Di trasformare la fragilità in occasione di organizzazione collettiva.

In questo senso, l’approfondimento delle esperienze, dei casi e delle pratiche che Appenninol’Hub raccoglie nella categoria Economie Abitanti rappresenta una prosecuzione naturale di questo discorso, perché mostra come queste domande stiano già generando, in molti territori, risposte concrete.

Cooperare, in fondo, significa questo: non limitarsi a resistere, ma provare a costruire insieme le condizioni per restare.