Non basta riportare persone nei paesi. Servono case disponibili, comunità aperte e piccole economie capaci di rendere possibile il futuro.
Di Andrea Zanzini (per il Convegno Abitare e Riabitare l’Appennino a Miratoio)
Miratoio non è solo il luogo in cui ci incontriamo. È una domanda.
Una di quelle domande che i piccoli paesi dell’Appennino pongono da tempo, spesso in silenzio, a chi li abita, a chi li amministra, a chi li attraversa, a chi li racconta: che cosa vogliamo fare dei nostri paesi, delle nostre case, delle nostre relazioni, delle nostre economie?
La risposta non può essere soltanto nostalgia. E non può essere nemmeno solo partecipazione, se la partecipazione non diventa progetto, responsabilità, organizzazione, economia, cura del tempo lungo. La risposta deve riguardare chi vive oggi in questi luoghi e chi potrebbe volerli abitare domani.
Parlo da qui, da questa domanda.
Sono Andrea Zanzini, presidente della cooperativa sociale VORREI, ideatore di Ca’Co Casa Coliving e di Appenninol’Hub. Appenninol’Hub accompagna comunità, territori fragili e aree interne nello sviluppo di nuove economie abitanti: cooperative di comunità, imprese sociali, servizi di prossimità, progetti di rigenerazione, nuove forme di abitare e lavorare.
In questi anni abbiamo accompagnato e formato oltre 450 comunità in 18 regioni italiane e supportato la nascita di almeno 50 imprese di comunità. Questo significa che ciò che portiamo non è soltanto il racconto di Ca’Co o di Pennabilli. È uno sguardo costruito attraversando molti territori italiani: paesi di montagna, aree interne, amministrazioni locali, cooperative, comunità fragili, giovani che vogliono tornare, persone che cercano nuovi modi di vivere e lavorare.
E in questo attraversamento abbiamo imparato una cosa semplice, ma decisiva: nelle aree interne non manca il desiderio di futuro. Spesso mancano gli strumenti, le condizioni e l’accompagnamento per trasformare quel desiderio in progetto.
I luoghi belli sono anche luoghi difficili
In giro per l’Italia incontriamo cooperative di comunità, botteghe di prossimità, forni, esperienze agricole e culturali, progetti di turismo lento, servizi educativi e di cura, coworking, coliving, comunità energetiche, giovani professionisti e lavoratori da remoto.
Sono esperienze molto diverse tra loro, ma spesso tengono insieme una stessa tensione: provare a costruire forme nuove di vita, lavoro, economia e comunità in territori considerati marginali.
Accanto a questo desiderio di futuro, però, incontriamo anche molta fatica. Gruppi piccoli. Conflitti locali. Burocrazia. Economie fragili. Leadership deboli. Aspettative molto alte. Comunità che chiedono molto e territori che spesso restituiscono lentamente.
Per questo bisogna fare attenzione a come raccontiamo le aree interne.
I paesi non sono cartoline. Non sono solo luoghi poetici, autentici, lenti, puri, comunitari per definizione. Sono luoghi belli, ma anche difficili. Sono fatti di relazioni forti, ma anche di conflitti; di accoglienza, ma anche di diffidenze; di comunità, ma anche di chiacchiere, etichette, resistenze culturali e difesa delle proprie posizioni.
Riabitare l’Appennino non significa occupare spazi vuoti, perché vuoti non sono mai. Sono pieni di memorie, equilibri, fatiche, paure e desideri.
Comunità aperte, non tribù difensive
Quando una comunità si sente fragile o minacciata può chiudersi. L’appartenenza può diventare difensiva. Il “noi” può trasformarsi in barriera verso “loro”. La comunità può diventare una comfort-zone invece che uno spazio aperto.
Questo può accadere nei paesi, ma anche nei gruppi più attivi, nelle associazioni, nei progetti, nelle reti locali. È un rischio da nominare con delicatezza, ma con chiarezza: una comunità non è forte quando si chiude per proteggersi; è forte quando riesce a restare sé stessa e, allo stesso tempo, ad aprirsi a chi può portare nuova vita.
Riabitare significa allora costruire appartenenza senza trasformarla in recinto. Difendere l’identità dei luoghi senza farla diventare chiusura. Accogliere nuovi abitanti senza chiedere loro di diventare subito “come noi”, ma senza neppure permettere che arrivino come consumatori distratti del territorio.
Per questo serve accompagnamento. Non perché le comunità non sappiano fare, ma perché rigenerare territori complessi richiede metodo, tempo, ascolto e capacità di tenere insieme energie diverse.
L’Appennino non ha bisogno di essere né compatito né romanticizzato. Ha bisogno di essere preso sul serio.
Oltre il ripopolamento
Per molti anni le aree interne sono state raccontate soprattutto attraverso ciò che manca: giovani, servizi, lavoro, trasporti, scuole, negozi, abitanti.
È tutto vero. Ma non basta.
Se guardiamo solo alle mancanze, rischiamo di produrre politiche difensive. Se invece guardiamo anche alle energie, ai desideri e alle risorse presenti, possiamo costruire politiche generative.
Il tema, quindi, non è semplicemente “riportare persone nei paesi”. Non basta occuparsi di ripopolamento. Bisogna costruire le condizioni materiali, sociali, culturali ed economiche per rendere desiderabile e possibile l’abitare.
Abitare non significa soltanto dormire in un luogo. Significa poter vivere, lavorare, entrare in relazione, contribuire, trovare servizi, immaginare una prospettiva, riconoscersi in una comunità senza esserne imprigionati.
Il punto non è solo quante persone arrivano. Il punto è se trovano condizioni per restare, anche temporaneamente, e per generare valore insieme a chi già abita.
Qualcosa si muove
Negli ultimi anni qualcosa è cambiato.
La pandemia, il lavoro da remoto, la crisi climatica, l’aumento dei costi urbani e il bisogno crescente di qualità della vita hanno aperto nuove domande. Sempre più persone si chiedono se la città sia davvero l’unico luogo possibile per vivere e lavorare.
Non siamo davanti a un ritorno di massa nei paesi. Sarebbe sbagliato raccontarlo così. Siamo però davanti a un cambiamento culturale.
Per molte persone vivere in un territorio interno non è più soltanto una rinuncia. Può diventare una scelta.
Il cambiamento di paradigma dei giovani
Questo cambiamento riguarda in modo particolare le nuove generazioni. Molti giovani non cercano soltanto un lavoro. Cercano un modo di vivere. Cercano equilibrio, senso, tempo, relazioni, benessere, coerenza con i propri valori. Non vogliono essere produttivi a ogni costo. Cercano tempo per le relazioni, per la famiglia, per gli interessi personali, per la natura, per la lettura, per i viaggi, per una vita più intera.
È un cambiamento che riguarda il lavoro, ma anche l’abitare.
Emergono nuovi profili: remote worker, nomadi digitali, studenti, startupper, giovani professionisti, persone con progetti di vita e lavoro non più legati a un unico luogo.
Molti giovani non stanno semplicemente cercando un lavoro. Stanno cercando un modo di vivere. Questo apre una possibilità enorme per l’Appennino, se l’Appennino saprà offrire non solo paesaggio, ma comunità, servizi, case, connessioni e opportunità.
Il paradosso delle case vuote
Dentro questa possibilità c’è però un nodo molto concreto: la casa.
A Pennabilli, così come in tantissimi paesi delle aree Interne, secondo i dati OpenPolis su base Istat 2021, ci sono 2.417 abitazioni totali. Di queste, 1.228 risultano non occupate: il 50,8% delle abitazioni del comune.
Per “abitazioni non occupate” si intendono abitazioni vuote o occupate esclusivamente da persone non dimoranti abitualmente.
Il paradosso è evidente: nei territori che vogliamo riabitare ci sono molte case non stabilmente abitate, ma spesso mancano case realmente disponibili, accessibili, pronte e affidabili per nuovi abitanti.
Una casa vuota non è mai solo una casa vuota. Dietro ci sono proprietà, eredità, sfiducia, costi di manutenzione o ristrutturazione, memorie familiari, conflitti, paure, rendite possibili o semplice immobilismo.
A Pennabilli più di una casa su due risulta non occupata. Eppure, quando si prova ad attrarre nuovi abitanti, una delle prime difficoltà è trovare spazi realmente disponibili per vivere e lavorare.
È anche da questo paradosso che nasce Ca’Co Casa Coliving.
Nuovi abitanti, non visitatori di passaggio
Il tema dei nuovi abitanti temporanei è centrale.
Non dobbiamo confonderli con i turisti. Il turista attraversa un luogo. Il nuovo abitante temporaneo può entrarci in relazione, lavorare da lì, partecipare, contribuire, portare competenze, consumare localmente, generare scambi.
Il rischio, altrimenti, è trasformare i borghi in scenografie. Luoghi belli da fotografare, raccontare, consumare per qualche giorno, ma non da abitare realmente.
L’opportunità è diversa: rendere i paesi comunità aperte, capaci di accogliere persone per periodi brevi, medi o lunghi, mettendole in relazione con chi già abita.
La sfida non è portare più persone a consumare l’Appennino. È creare condizioni perché alcune persone possano abitarlo, anche temporaneamente, e contribuire alla sua vita.
L’accoglienza è una competenza culturale
L’esperienza di Start Working a Pontremoli aiuta a capire un punto fondamentale: l’accoglienza dei nuovi abitanti non è solo una questione di case o coworking. È una questione culturale.
Andrea e Simona, protagonisti di quell’esperienza, sono profondamente legati al territorio, ma sono anche cittadini del mondo. Continuano a frequentare reti, luoghi ed esperienze diverse. Proprio per questo sanno stare sulla soglia: dentro la comunità, ma aperti al mondo.
Le aree interne hanno bisogno di figure-ponte. Persone capaci di tradurre linguaggi, mediare diffidenze, accompagnare chi arriva e rassicurare chi già abita. Persone che conoscono i codici locali, ma sanno anche dialogare con chi porta aspettative, tempi, bisogni e immaginari diversi.
Senza queste figure, anche le case disponibili rischiano di restare semplicemente case vuote. Con queste figure, invece, possono diventare occasioni di relazione e futuro.
Senza piccole economie non si resta
Per vivere e abitare un territorio non bastano bellezza, comunità e qualità della vita. Servono anche piccole economie.
A volte, quando parliamo di aree interne, abbiamo quasi paura di nominare l’economia, come se parlare di reddito, lavoro, impresa e sostenibilità significasse tradire la dimensione sociale dei luoghi.
Invece è il contrario.
Senza piccole economie locali, le comunità restano fragili. Senza un reddito anche minimo, i giovani non restano. Senza servizi sostenibili, le botteghe chiudono. Senza attività capaci di creare valore, l’abitare rischia di restare temporaneo, dipendente da bandi o entusiasmo volontario.
Le economie di cui parliamo non sono estrattive. Sono economie abitanti: piccole imprese, cooperative, servizi di prossimità, attività agricole, culturali, turistiche, artigianali, digitali, educative. Attività capaci di produrre reddito, ma anche relazioni, cura, fiducia e presidio.
Questa distinzione è decisiva. Non tutte le economie generano abitabilità. Alcune consumano territorio, estraggono valore, aumentano le disuguaglianze o trasformano i luoghi in prodotti. Le economie abitanti, invece, restano in relazione con il contesto. Producono valore economico, ma anche valore sociale.
Abitare richiede desiderio. Restare richiede sostenibilità.
Ca’Co come infrastruttura sociale
Ca’Co nasce dentro questo paradosso. www.cacocoliving.com
Da un lato ci sono immobili non pienamente utilizzati. Dall’altro ci sono persone che vorrebbero sperimentare nuovi modi di vivere e lavorare. In mezzo manca spesso un’infrastruttura sociale capace di rendere possibile l’incontro.

Ca’Co prova a essere questa infrastruttura: spazi abitativi, coworking, comunità temporanea, accompagnamento di nuove idee, relazione con il territorio, fiducia verso i proprietari, connessione con nuove economie.
Non nasce come semplice ospitalità. Nasce come infrastruttura sociale per rendere possibile l’abitare temporaneo, il lavoro da remoto, l’incontro con la comunità e la nascita di nuove economie.
C’è poi un altro aspetto importante: Ca’Co genera ricadute sulle economie locali. Può contribuire a sostenere attività commerciali di prossimità, come un piccolo supermercato, un bar, una tabaccheria; può rafforzare servizi educativi e per l’infanzia; può sostenere iniziative culturali promosse dagli abitanti anche attraverso il volontariato degli ospiti.
In questo senso, il coliving non è solo una risposta abitativa. È un dispositivo di relazione tra persone, case, servizi, economie locali e comunità.
Per approfondire il CoLiving come soluzione per trasformare immobili vuoti e attrarre nuovi abitanti –> approfondisci qui
Dal coliving rurale a un nuovo modello sociale
Ca’Co è parte di una riflessione più ampia che ha portato alla nascita del Manifesto dei CoLiving Rurali.
Il Manifesto ha riunito oltre 60 persone da tutta Italia: coliving, associazioni locali, cooperative sociali, cooperative di comunità, fondazioni pubbliche e private.
Il punto centrale è che il coliving rurale è diverso dal coliving urbano. Non si tratta solo di condividere spazi abitativi. Si tratta di costruire un modello sociale che contribuisca alla rigenerazione dei territori.
Nel contesto rurale il coliving ha senso solo se genera valore anche per la comunità che accoglie. Altrimenti rischia di essere solo una forma più aggiornata di consumo del territorio.
Il coliving rurale, se preso sul serio, non è una moda abitativa. È una possibile infrastruttura per accompagnare nuovi modi di vivere, lavorare, produrre relazioni e sostenere economie locali.
Tre condizioni per riabitare
Torniamo allora alla domanda iniziale.
Che cosa vogliamo fare dei nostri paesi, delle nostre case, delle nostre relazioni, delle nostre economie?
La risposta non può essere solo nostalgia. E non può essere solo racconto. Deve essere progetto.
Per chi vive oggi in questi luoghi e per chi potrebbe volerli abitare domani.
Per rendere possibile questa prospettiva servono almeno tre condizioni.
1. Spazi abitabili
Non basta avere patrimonio vuoto: serve renderlo disponibile, accessibile e abitabile.
2. Comunità aperte, non tribù difensive
La sfida è costruire appartenenza senza chiusura, identità senza recinto, protezione senza paura dell’altro.
3. Piccole economie abitanti
Servono attività capaci di produrre reddito, servizi, prossimità, cultura, cura, lavoro e valore sociale.
Abitare l’Appennino non è una nostalgia. È una scelta di futuro, se accettiamo la fatica di costruirla.
E costruirla significa tenere insieme case, comunità ed economie. Significa smettere di guardare alle aree interne solo come luoghi da salvare o da raccontare, e iniziare a riconoscerle come laboratori reali, complessi, contraddittori e vivi, in cui sperimentare nuove forme di abitare il presente.
Per approfondire il CoLiving come soluzione per trasformare immobili vuoti e attrarre nuovi abitanti –> approfondisci qui