Avvenire – Con le cooperative di comunità i giovani sfidano l’isolamento delle aree interne

Avvenire - Con le cooperative di comunità i giovani sfidano l’isolamento delle aree interne - 5 Marzo 2026

Sempre più under 35 scelgono di vivere e lavorare nei piccoli borghi. Le cooperative di comunità diventano motore di servizi, lavoro e innovazione sociale.

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Sempre più giovani scelgono di lasciare le città per vivere e lavorare nei piccoli centri. In molti casi lo fanno attraverso le cooperative di comunità, realtà imprenditoriali che nascono per rispondere ai bisogni dei territori e contrastare lo spopolamento delle aree interne.

Secondo i dati presentati alla settima edizione del Social Innovation Campus di Fondazione Triulza, oggi in Italia le cooperative di comunità aderenti a Confcooperative sono circa 150, distribuite in 18 regioni e 139 comuni, con quasi 5.000 soci e 605 addetti.
Il 72% opera nelle aree interne, le più distanti dai servizi essenziali e più esposte al rischio di abbandono.


Dalla rabbia alla cooperazione: il caso di Ligonchio

Tra le esperienze raccontate al Campus c’è quella di Veronica Iotti, che ha lasciato la città per trasferirsi a mille metri di quota nel comune di Ventasso, sull’Appennino reggiano.

Qui nel 2021 è nata la cooperativa di comunità San Rocco di Ligonchio.

«La nascita è arrivata quasi dalla rabbia», racconta Iotti. Rabbia per la chiusura di servizi essenziali come il bancomat o il forno di comunità. Ma quella rabbia si è trasformata rapidamente in azione.

La cooperativa ha preso in gestione il Rifugio dell’Aquila, un complesso turistico importante per l’Appennino:

  • hotel con 28 camere per quasi 100 posti letto
  • 14 chalet per circa 70 ospiti
  • ristorante fino a 200 coperti
  • area benessere con piscina
  • sala riunioni da 40 posti

Nel 2025 i dipendenti della cooperativa sono diventati 25, di cui il 64% under 35.

«Due terzi non avevano alcun legame con il territorio, proprio come me», spiega Iotti. Eppure molti hanno scelto di restare: circa la metà vive ormai stabilmente in zona, mentre altri stanno costruendo le condizioni per farlo.


Nuovi lavori per nuovi territori

Sono arrivati giovani con competenze diverse:
progettazione sociale e culturale, comunicazione, turismo, ristorazione.

Ma la motivazione non è solo lavorativa.

«Cerchiamo tutti una vita più lenta, più prossima, più consapevole», racconta Iotti. «Abbiamo trovato uno spazio fisico e creativo dove immaginare insieme e costruire qualcosa che abbia davvero senso».

Secondo i dati disponibili, le cooperative di comunità sono realtà fortemente intersettoriali:

  • 54,5% cultura e valorizzazione territoriale
  • 29,5% servizi ambientali
  • 27,7% ristorazione
  • 16,1% commercio alimentare

Quattro occupati su dieci sono donne, percentuale che nelle aree interne sale al 45,5%.


Il ruolo degli incubatori territoriali

A sostenere la nascita di nuove imprese nei territori fragili ci sono anche incubatori dedicati alle aree interne.

Tra questi Appennino l’Hub, incubatore di impresa e innovazione per comunità e territori montani.

«Negli ultimi anni abbiamo incontrato oltre 300 progetti di questo tipo, accompagnandoli nello sviluppo», spiega Andrea Zanzini, alla guida dell’hub.

«Far nascere nuove imprese nelle aree interne non è semplice. Il nostro lavoro è aiutare a trasformare l’innamoramento per il proprio territorio in progetti concreti».

Sempre più giovani fanno scelte che non dipendono solo dalla retribuzione, ma dalla qualità della vita, dall’equilibrio tra lavoro e tempo personale e dalla possibilità di vivere in contesti naturali e relazionali diversi.


Quando tornano le imprese, manca la casa

La rinascita economica dei borghi però porta anche nuove sfide.

«Ci siamo accorti che quando nascono nuove imprese nei piccoli centri spesso manca un’offerta abitativa stabile», spiega Zanzini.

Un esempio è Pennabilli, in Alta Valmarecchia (Rimini), circa 2.000 abitanti e cinque musei, dove le attività culturali e imprenditoriali sono numerose ma trovare una casa non temporanea è difficile.

Le aree interne rappresentano il 60% del territorio italiano e il problema dell’abitare è sempre più diffuso.


CaCo – Casa CoLiving: abitare e lavorare insieme

Per rispondere a questa esigenza nasce CaCo – Casa CoLiving, uno spazio abitativo pensato per ospitare una comunità di giovani.

Il progetto prevede una grande casa con spazi di coworking e ambienti condivisi, pensata per:

  • lavoratori da remoto
  • nomadi digitali
  • liberi professionisti
  • studenti
  • artisti e creativi

L’obiettivo è creare un nuovo equilibrio tra abitare, lavorare e costruire relazioni.

«Chi viene a vivere qui entra in relazione con la comunità locale», spiega Zanzini.

Ma il progetto punta anche ad accompagnare chi arriva a realizzare un percorso di imprenditoria sociale, generando un impatto positivo sul territorio.


Fiducia e comunità: il vero motore della rinascita

Le esperienze di cooperative di comunità sono diverse per dimensioni e contesto geografico, ma condividono una caratteristica comune: nascono in territori fragili che scelgono di organizzarsi.

«La buona volontà non basta», riconoscono i promotori.
Servono competenze, capacità di gestione e sostenibilità economica.

Ma esiste anche un fattore meno misurabile: la fiducia.

È quella che cresce quando un territorio torna ad avere servizi, lavoro e luoghi di incontro.
Quando un borgo riaccende le luci.