Percorrere i confini del Terzo Settore: forme giuridiche per le Economie Abitanti – Modulo 10

Con Bottega del Terzo Settore un webinar della Call Economie Abitanti su riforma, forme giuridiche, RUNTS e sostenibilità dei progetti di comunità.

Terzo Settore e Economie Abitanti | Webinar

Un modulo verticale della Call Economie Abitanti con Bottega del Terzo Settore

Nel percorso della Call Economie Abitanti 2025–26, il webinar dedicato a “Percorrere i confini del Terzo Settore” ha aperto uno spazio di lavoro particolarmente importante per tutti quei progetti che stanno cercando di capire quale forma assumere, come strutturarsi, come generare sostenibilità economica senza perdere il proprio scopo sociale.

Non un incontro puramente normativo, quindi. E nemmeno una lezione tecnica pensata solo per commercialisti, consulenti o addetti ai lavori.

Il modulo, introdotto da Andrea Zanzini per Appenninol’Hub, ha avuto l’obiettivo di accompagnare i partecipanti dentro una domanda centrale per tutte le economie abitanti:

che forma deve avere un progetto che nasce per generare valore sociale, comunitario e territoriale, ma che deve anche reggersi nel tempo?

A guidare il confronto sono state Silvia Silvozzi e Gloria Cesarini di Bottega del Terzo Settore, realtà con sede ad Ascoli Piceno che opera come hub di innovazione sociale, accompagnamento, formazione e costruzione di reti per il mondo del Terzo Settore e dell’economia sociale.

Il tema si inserisce perfettamente nel cuore della Call Economie Abitanti: sostenere progetti, comunità e imprese che intendono rigenerare territori fragili, aree interne e contesti periferici attraverso nuove forme di economia sociale, collaborazione e imprenditorialità radicata nei luoghi.


Bottega del Terzo Settore: un hub di innovazione sociale nel Piceno

Il webinar si è aperto con una presentazione di Bottega del Terzo Settore, raccontata non solo come organizzazione, ma come infrastruttura relazionale.

Bottega si trova ad Ascoli Piceno, nel territorio del Piceno, un’area delle Marche meridionali che dalla costa risale verso la montagna, attraversata dalla Vallata del Tronto e posta al confine con l’Abruzzo. Una terra di confine, quindi, non solo geografico ma anche sociale, economico e culturale.

È da questa posizione che Bottega lavora per sostenere comunità più coese, capaci di prendersi cura di sé stesse e del proprio territorio. Secondo quanto raccontato durante il webinar, la rete di Bottega raccoglie oggi oltre duecento soci, tra associazioni di promozione sociale, cooperative sociali, imprese sociali, organizzazioni di volontariato, fondazioni, associazioni non riconosciute e altre realtà associative.

La sua azione si concentra su alcuni impatti principali:

favorire lo sviluppo dell’ecosistema territoriale, aumentare le competenze degli enti soci, migliorare la capacità di progettare servizi, rafforzare le relazioni con pubbliche amministrazioni, imprese e altri soggetti del territorio, diffondere pratiche di innovazione sociale ed economia rigenerativa.

In questo senso, il legame con Appennino Hub e con la Call Economie Abitanti è evidente: entrambe le esperienze lavorano sulla costruzione di reti, sull’accompagnamento dei progetti e sulla capacità delle comunità di generare valore economico e sociale insieme. Appennino Hub, sul proprio sito, si definisce infatti incubatore d’impresa e innovazione per aree interne, comunità ed economie sociali, con un lavoro specifico su imprese sociali, Terzo Settore, reti collaborative e sviluppo di nuovi servizi per i cittadini.


La domanda di partenza: quale forma per un progetto a impatto sociale?

La prima parte del webinar ha raccolto le aspettative dei partecipanti attraverso un sondaggio interattivo.

Le risposte hanno mostrato un bisogno molto chiaro: capire meglio le forme giuridiche del Terzo Settore, orientarsi tra APS, ODV, imprese sociali, cooperative sociali, enti generici, fondazioni, cooperative di comunità; comprendere i confini tra attività commerciale e non commerciale; valutare le implicazioni normative, fiscali, amministrative e organizzative delle diverse scelte.

Molti partecipanti erano già costituiti in una forma giuridica afferente al Terzo Settore. Altri erano ancora gruppi informali o progetti in fase di definizione. Per quasi tutti, però, il tema era lo stesso: non scegliere una forma per adempimento, ma trovare una struttura coerente con lo scopo, il modello economico, le persone coinvolte, il territorio e il modo in cui il progetto intende crescere.

È qui che il webinar ha assunto una funzione di orientamento.

La domanda non è semplicemente:

“Che forma giuridica conviene scegliere?”

Ma piuttosto:

“Che cosa vogliamo fare, per chi, con quali risorse, con quale governance, con quale modello economico e con quale relazione con la comunità?”

La forma giuridica arriva dopo. Prima c’è la chiarezza del progetto.


La riforma del Terzo Settore: non solo assenza di profitto, ma centralità dello scopo

Uno dei passaggi più importanti dell’intervento di Silvia Silvozzi riguarda il cambio di prospettiva introdotto dalla riforma del Terzo Settore.

Per molto tempo, nel linguaggio comune, il Terzo Settore è stato associato soprattutto all’idea di “non profit”, quasi come se il tratto distintivo fosse semplicemente il fatto di non generare ricavi o di non vendere servizi.

La riforma sposta invece l’attenzione sullo scopo.

Ciò che conta è capire se un ente opera per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, e se svolge attività di interesse generale. Il Codice del Terzo Settore, all’articolo 5, individua infatti le attività di interesse generale che gli enti possono esercitare in via esclusiva o principale per perseguire finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale.

Questo passaggio è decisivo per i progetti della Call Economie Abitanti.

Molte iniziative nate nelle aree interne o nei territori fragili non vogliono essere né semplici associazioni volontaristiche né imprese estrattive. Vogliono produrre servizi, lavoro, relazioni, cura, cultura, turismo, agricoltura sociale, educazione, welfare di comunità, rigenerazione di spazi, nuovi modi di abitare e cooperare.

La riforma dice che questo spazio esiste.

Un ente del Terzo Settore può generare ricavi, vendere servizi, organizzare attività economiche, costruire sostenibilità. Ma deve farlo mantenendo al centro lo scopo sociale e rispettando limiti, criteri e obblighi coerenti con la forma scelta.


Attività di interesse generale, attività diverse e sostenibilità economica

Durante il webinar è stato chiarito un punto spesso fonte di confusione: un ente del Terzo Settore non svolge solo attività gratuite.

Può svolgere attività di interesse generale, ma può anche realizzare attività diverse, secondarie e strumentali, purché queste siano funzionali al perseguimento delle finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale.

Un esempio semplice aiuta a capire.

Un ente che si occupa di agricoltura sociale, turismo sociale o attività culturali può, in determinate condizioni, gestire anche una caffetteria, un punto ristoro, una vendita di prodotti o servizi accessori. Il punto non è vietare ogni attività economica, ma verificare che quell’attività sia coerente, strumentale, secondaria e sostenibile rispetto alla missione dell’ente.

Per le attività diverse, il D.M. 107/2021 stabilisce che la secondarietà ricorre quando, in ciascun esercizio, i relativi ricavi non superano il 30% delle entrate complessive dell’ente oppure il 66% dei costi complessivi.

Questo non significa che ogni progetto debba diventare immediatamente un soggetto complesso. Significa però che ogni progetto deve imparare a leggere le proprie attività: quali sono centrali? quali sono accessorie? quali generano ricavi? quali assorbono costi? quali servono davvero allo scopo sociale?


Commerciale o non commerciale: una distinzione da capire prima di partire

Un altro passaggio chiave ha riguardato la differenza tra attività commerciale e non commerciale.

La distinzione non va intesa in senso morale. “Commerciale” non significa sbagliato, e “non commerciale” non significa automaticamente migliore. È una classificazione fiscale e gestionale che ha conseguenze importanti sul bilancio, sulle imposte, sulla sostenibilità e sulla scelta della forma giuridica.

Silvia Silvozzi ha insistito sull’importanza di ragionare ex ante.

Prima di avviare un servizio, un’associazione, una cooperativa o un’impresa sociale dovrebbe provare a costruire una proiezione economica: quali costi sosterrà? quali ricavi potrà generare? quali attività saranno gratuite, convenzionate, vendute, sostenute da contributi, quote, donazioni o corrispettivi?

Nel Codice del Terzo Settore, l’articolo 79 disciplina i criteri fiscali di non commercialità. Le attività di interesse generale sono considerate non commerciali, in sintesi, quando i ricavi non superano i costi effettivi; è previsto anche un margine di tolleranza entro il 6% per un massimo di tre periodi d’imposta consecutivi.

Da qui deriva una raccomandazione molto concreta: non aspettare la fine dell’anno per capire cosa si è diventati. Serve costruire fin dall’inizio budget, proiezioni, scenari, verifiche di sostenibilità.

In altre parole: anche un ente del Terzo Settore deve imparare a gestirsi con competenze imprenditoriali, senza per questo perdere la propria natura sociale.


La scelta della forma giuridica: APS, ODV, impresa sociale, cooperativa sociale, ETS

Il webinar ha poi attraversato le principali forme giuridiche previste o riconosciute nel sistema del Terzo Settore: associazioni di promozione sociale, organizzazioni di volontariato, imprese sociali, cooperative sociali, enti filantropici, reti associative, società di mutuo soccorso ed enti del Terzo Settore generici.

Non tutte queste forme sono uguali, e soprattutto non tutte rispondono agli stessi bisogni.

Una APS, per esempio, ha una forte componente associativa e partecipativa. Una ODV si fonda in modo ancora più marcato sull’apporto volontario. Una cooperativa sociale o un’impresa sociale possono essere più adatte quando il progetto prevede una struttura economica più stabile, lavoro retribuito, produzione di servizi, assunzione di responsabilità imprenditoriale.

Anche il tema delle risorse umane è stato affrontato a partire da domande molto concrete dei partecipanti. Chi lavora con scuole, progetti europei, educatori, collaboratori e attività a pagamento si trova spesso davanti a un equilibrio delicato: quanto volontariato? quanto lavoro retribuito? quando aprire partita IVA? quando passare a una forma più imprenditiva?

Per le APS, la disciplina vigente consente di avvalersi di lavoratori dipendenti, lavoro autonomo o prestazioni di altra natura quando necessario allo svolgimento delle attività di interesse generale, ma entro precisi limiti nel rapporto con volontari e associati; la L. 104/2024 ha elevato dal 5% al 20% il limite riferito al numero degli associati, fermo restando il rispetto della prevalenza dell’attività volontaria.

La conclusione è stata chiara: non esiste una forma giusta in assoluto. Esiste una forma più coerente con ciò che il progetto vuole diventare.


Le domande dal campo: partita IVA, MEPA, collaboratori, sostenibilità

La parte di confronto con i partecipanti ha reso evidente quanto queste questioni siano tutt’altro che astratte.

Una prima domanda ha riguardato il caso di una APS che lavora con istituti scolastici e si confronta con il tema del MEPA, della partita IVA e dei costi connessi all’apertura di una posizione fiscale più strutturata.

La risposta non è stata una ricetta, ma un metodo: costruire un budget, valutare i servizi che si vogliono offrire, capire se l’apertura della partita IVA abilita nuove opportunità, verificare i costi con il commercialista, valutare la disponibilità di volontari e collaboratori, misurare la sostenibilità complessiva dell’organizzazione.

Una seconda domanda ha riguardato le risorse umane nelle APS, soprattutto quando i lavoratori o collaboratori sono legati a progettualità europee e quindi hanno una presenza fluttuante nel tempo.

Anche qui il punto non è solo normativo. È organizzativo.

La riforma del Terzo Settore spinge gli enti a sviluppare capacità gestionali più solide. Non basta avere una buona finalità. Bisogna capire come si governa il progetto, come si costruisce un equilibrio tra volontariato e lavoro, come si presidiano amministrazione, fiscalità, bilancio, responsabilità e crescita.


Il laboratorio: una scheda per orientare la forma del progetto

Nella seconda parte del webinar, Gloria Cesarini ha condotto un laboratorio pratico.

I partecipanti sono stati divisi in gruppi e hanno lavorato su casi studio reali, scelti tra i progetti presenti nella Call. L’obiettivo era usare una scheda di orientamento per leggere ogni progetto attraverso cinque aree:

scopo, governance, gestione, patrimonio e network.

Per ciascuna area, i gruppi hanno attribuito un punteggio da 1 a 5 ad alcune affermazioni. Più l’affermazione risultava vera per il progetto, più alto era il punteggio.

La scheda non aveva la pretesa di sostituire un consulente, un commercialista o un percorso di accompagnamento giuridico. Era piuttosto uno strumento di auto-orientamento: una fotografia dello stato attuale del progetto, utile per capire se l’iniziativa tende verso un modello più vicino all’impresa tradizionale, verso una forma di Terzo Settore o verso una zona intermedia ancora da chiarire.

Il punteggio complessivo andava da 0 a 70.

Fino a 20 punti, l’orientamento risultava più vicino a un modello d’impresa. Tra 51 e 70 punti, il progetto mostrava una maggiore affinità con una forma di Terzo Settore. Nel mezzo si collocava una zona di transizione, utile per aprire domande e approfondimenti.


I progetti analizzati nei gruppi

La restituzione finale ha permesso di vedere la varietà dei progetti presenti nella Call Economie Abitanti.

Il primo gruppo ha lavorato su Impasto a mano, un progetto legato all’apertura di un forno, con una forte finalità sociale e comunitaria, ma ancora in fase di definizione rispetto a governance, gestione e patrimonio. Il punteggio ha collocato il progetto in una fascia intermedia, segnalando la necessità di chiarire meglio la forma e il modello.

Il secondo gruppo ha analizzato Posteria, luogo di ricerca artistica, arti performative, studio e formazione nell’Appennino Reggiano. In questo caso è emersa una forte centralità dello spazio fisico già disponibile, insieme alla necessità di definire meglio la gestione. L’orientamento complessivo è risultato vicino al Terzo Settore.

Il terzo gruppo ha lavorato su La quercia nella roccia, poi richiamato anche come La ruota, un progetto con forte valore sociale e ambientale, legato alla possibile piattaforma della cooperativa di comunità. Il punteggio, pari a 62, ha evidenziato un chiaro orientamento verso il Terzo Settore.

Il quarto gruppo ha presentato WeAre Bergamo, gruppo informale di giovani attivo nella provincia di Bergamo, nato per contrastare isolamento relazionale e scarsa partecipazione al territorio. Attraverso eventi, momenti di incontro e connessioni con realtà del Terzo Settore, il progetto agisce come ponte tra giovani e comunità locali. Il punteggio di 55 ha confermato una forte affinità con il Terzo Settore, pur con bisogni ancora aperti sul piano organizzativo ed economico.

Il quinto gruppo ha lavorato su Selvatica, progetto agricolo e culturale sulle colline di Nocera Umbra, ancora informale, orientato alla riscoperta di tecniche agricole, alla proposta di attività educative e culturali e alla costruzione di una rete territoriale. Anche qui il punteggio, intorno a 59, ha collocato il progetto in un orientamento vicino al Terzo Settore.

Infine, il sesto gruppo ha analizzato Sei in campo, progetto in provincia di Bergamo legato al turismo, alla divulgazione ambientale e alla costruzione di relazioni tra visitatori, aziende agricole e territorio. Il punteggio di 46 ha restituito una posizione di bivio: da un lato una possibile traiettoria più imprenditoriale, dall’altro una forte componente territoriale e comunitaria che potrebbe aprire a forme ibride o di Terzo Settore.


Uno strumento da usare anche dopo il webinar

Uno degli aspetti più importanti del laboratorio è che la scheda non è stata pensata solo per l’esercizio del giorno.

Andrea Zanzini ha sottolineato come questi strumenti diventino preziosi anche nella fase successiva del percorso: le consulenze individuali, i tutoraggi, gli incontri one to one con Appenninol’Hub e con i partner della Call.

I “compiti a casa”, in questo senso, non sono un adempimento scolastico. Sono il modo attraverso cui ogni progetto aggiorna il proprio stato dell’arte, chiarisce i bisogni, mette a fuoco le domande da portare ai consulenti e prepara il passaggio dalla formazione all’accompagnamento personalizzato.

La scheda su scopo, governance, gestione, patrimonio e network può essere ripresa più volte nel tempo. Oggi fotografa un progetto in una certa fase. Tra qualche mese potrebbe restituire un’immagine diversa, più matura, più orientata, più coerente.

Questo è particolarmente utile per i gruppi informali, che spesso hanno già visione, relazioni, attività e desiderio, ma non hanno ancora definito struttura, statuto, forma giuridica e modello economico.


La forma giuridica è una conseguenza del modo in cui si vuole abitare il progetto

Il webinar si è chiuso con una riflessione che attraversa tutto il percorso della Call Economie Abitanti.

La scelta della forma giuridica non è solo una decisione tecnica. È anche una decisione esistenziale, organizzativa e politica.

Andrea Zanzini ha invitato i partecipanti a chiedersi con quali “piedi” vogliono stare dentro il progetto nei prossimi anni: quanto tempo, quanta dedizione, quanta ambizione, quanto investimento personale e collettivo sono disposti a mettere in campo.

Silvia Silvozzi ha chiuso ricordando che la riforma del Terzo Settore apre opportunità, ma anche sfide. La più grande è imparare a “fare impresa” non necessariamente nel senso della forma giuridica, ma nel senso più profondo del termine: assumersi un compito, organizzare risorse, costruire sostenibilità, dare forma a uno scopo.

Per le economie abitanti, questo passaggio è decisivo.

Perché nei territori fragili non basta avere buone idee. Servono forme capaci di durare. Servono reti. Servono competenze. Servono strumenti. Servono comunità che sappiano riconoscere il proprio valore e trasformarlo in servizi, lavoro, cura, cultura, opportunità.

Percorrere i confini del Terzo Settore significa allora attraversare una zona complessa, fatta di norme, fiscalità, governance, sostenibilità e partecipazione.

Ma significa anche scoprire che quei confini non sono muri.

Sono spazi di orientamento.

Luoghi in cui un progetto può capire meglio cosa vuole essere, per chi vuole agire e quale economia vuole contribuire a costruire.


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