Progettazione partecipata: strumenti, bandi e comunità per attivare i territori

Dal corso FOER per Animatori territoriali, una lezione sulla progettazione partecipata: ascolto, bandi, mappa degli attori, obiettivi SMART e valutazione.

Nel percorso FOER – Formazione per Animatori territoriali di Comunità, uno dei passaggi centrali ha riguardato la progettazione partecipata: un metodo di lavoro che permette di trasformare problemi, bisogni e desideri di una comunità in percorsi condivisi, azioni concrete e progettualità capaci di accedere anche a bandi e finanziamenti.

annalisa dallacqua appenninolhub

Durante la lezione, la Dott.ssa Annalisa Dall’Acqua consulente di Appenninol’Hub ha accompagnato i partecipanti in un laboratorio operativo, alternando inquadramento teorico, esempi concreti, domande guida ed esercitazioni sui problemi reali dei territori. Il punto di partenza è stato chiaro: progettare in modo partecipato non significa semplicemente scrivere un progetto, ma costruire un processo nel quale persone, amministrazioni, associazioni, imprese e comunità possano riconoscersi.

La progettazione partecipata è quindi una competenza fondamentale per chi lavora come animatore territoriale: aiuta a leggere il territorio, coinvolgere gli attori locali, definire problemi e obiettivi, individuare risorse, costruire alleanze e valutare gli effetti delle azioni realizzate.

Perché parlare di progettazione partecipata

Molte comunità hanno idee, bisogni e desideri. Spesso però manca il passaggio successivo: capire come portare avanti un’idea, con quali strumenti, con quali risorse, con quali partner e con quale sostenibilità.

In molti casi, il modo più concreto per dare forma a un’idea territoriale è rispondere a un bando, cercare finanziamenti, costruire una proposta progettuale o attivare reti locali capaci di sostenerla.

Durante la lezione è stato ricordato, ad esempio, che in Emilia-Romagna esiste il Bando Partecipazione, uno strumento pensato per sostenere percorsi partecipativi e progettualità costruite insieme alle comunità. Ma il ragionamento vale più in generale: ogni progetto territoriale richiede metodo, chiarezza, coerenza e capacità di coinvolgimento.

La progettazione partecipata entra in gioco proprio qui: aiuta a evitare che le soluzioni vengano calate dall’alto e permette invece di costruire percorsi in cui le persone possano contribuire alla definizione del problema, degli obiettivi e delle azioni.

Dal problem solving al problem setting

Uno dei concetti più importanti emersi durante la lezione è il passaggio dal problem solving al problem setting.

Nel problem solving si parte da un problema e si cerca subito una soluzione. Nella progettazione partecipata, invece, il primo passo è diverso: prima di correre verso la soluzione, bisogna aprire il problema, ascoltare punti di vista differenti, capire quali bisogni lo attraversano e quali desideri animano la comunità.

Per esempio, dire “dobbiamo rifare il campo da tennis” è già una soluzione. Il problema, formulato in modo più aperto, potrebbe essere: “il campo da tennis e gli spogliatoi sono abbandonati e non più fruibili dalla comunità”.

Questa differenza è decisiva. Se parto subito dalla soluzione, rischio di progettare qualcosa che risponde solo alla mia visione. Se invece parto dal problema, posso coinvolgere altri attori e scoprire nuove possibilità: sport, aggregazione giovanile, eventi, salute, socialità, turismo, presidio degli spazi pubblici.

La progettazione partecipata serve proprio a questo: non dare per scontata la soluzione, ma costruirla insieme.

Il modello del doppio diamante

La docente ha introdotto il modello del doppio diamante, molto utilizzato nei processi di design e progettazione partecipata.

Il modello prevede quattro movimenti:

  1. scoprire: aprire il problema, raccogliere informazioni, ascoltare punti di vista diversi;
  2. definire: riformulare il problema alla luce di ciò che è emerso;
  3. sviluppare: immaginare possibili azioni, soluzioni e scenari;
  4. realizzare: scegliere, mettere a terra, sperimentare e valutare.

Il doppio diamante alterna fasi di divergenza e convergenza. Prima si allarga lo sguardo, poi si restringe. Poi si riapre la ricerca di soluzioni, e infine si converge verso azioni concrete.

Questo approccio è particolarmente utile nei territori complessi, dove i problemi non hanno mai una sola causa e una sola soluzione. Spopolamento, mancanza di lavoro, abbandono degli spazi pubblici, riduzione dei servizi, difficoltà delle attività economiche, isolamento e scarsa partecipazione sono fenomeni intrecciati.

Per questo la progettazione partecipata non promette una soluzione unica e definitiva. Promette piuttosto un processo: ascoltare, comprendere, coinvolgere, sperimentare e imparare.

Top down e bottom up: servono entrambe le direzioni

Un altro passaggio centrale della lezione ha riguardato il rapporto tra top down e bottom up.

I percorsi che nascono solo dall’alto rischiano di usare la partecipazione come legittimazione di decisioni già prese. In questi casi si parla di partecipazione, ma in realtà lo spazio di scelta è molto limitato.

Dall’altra parte, i percorsi che nascono solo dal basso, senza alcun dialogo con amministrazioni, enti o soggetti capaci di prendere decisioni e mettere risorse, rischiano di restare fragili o di non produrre effetti duraturi.

Per questo la risposta non è “top down o bottom up”, ma top down e bottom up.

Un buon processo partecipativo ha bisogno sia dell’energia della comunità sia del coinvolgimento di chi può rendere le azioni praticabili: amministrazioni comunali, unioni di comuni, enti del terzo settore, associazioni di categoria, imprese, scuole, realtà culturali, gruppi informali, cittadini attivi.

L’animatore territoriale lavora esattamente in questo spazio intermedio: connette, traduce, facilita e tiene insieme livelli diversi.

Analizzare il contesto prima di progettare

Ogni progetto serio parte dall’analisi del contesto.

Non basta dire “nel nostro paese c’è spopolamento” o “mancano attività culturali” o “uno spazio pubblico è abbandonato”. Bisogna capire dove si colloca il problema, quali sono le sue cause, quali bisogni esprime e quali risorse sono già presenti.

Le domande guida proposte durante la lezione sono molto utili:

  • Dove si colloca geograficamente il territorio?
  • Quali caratteristiche territoriali e socioculturali incidono sul problema?
  • Ci sono elementi di fragilità?
  • Ci sono elementi di forza?
  • Qualcuno ha già provato ad affrontare il problema?
  • Con quali risultati?
  • Quali bisogni emergono?
  • Quali desideri sono presenti nella comunità?
  • Quali risorse esistono già ma non sono ancora valorizzate?

Questa fase è importante perché evita di progettare nel vuoto. Ogni territorio ha una sua storia, una sua geografia, una sua composizione sociale, una sua memoria amministrativa e una propria rete di relazioni.

Progettare bene significa partire da lì.

Mappare gli attori: chi deve essere coinvolto

Dopo aver definito il problema e analizzato il contesto, bisogna costruire la mappa degli attori.

Gli attori, o stakeholder, sono tutte le persone e le realtà che hanno un interesse diretto o indiretto rispetto al problema. Possono essere portatori di interesse primari, perché il tema li riguarda da vicino, oppure secondari, perché possono contribuire, sostenere, facilitare o essere coinvolti in una fase successiva.

In un progetto territoriale possono essere stakeholder:

  • cittadini e cittadine;
  • associazioni locali;
  • Pro Loco;
  • imprese;
  • attività commerciali;
  • scuole;
  • amministrazioni comunali;
  • Unioni di Comuni;
  • enti del terzo settore;
  • associazioni di categoria;
  • gruppi informali;
  • giovani;
  • anziani;
  • proprietari di immobili;
  • operatori turistici;
  • realtà culturali;
  • cooperative;
  • fondazioni;
  • tecnici e professionisti.

Uno strumento utile è la mappa a bersaglio: al centro si mette il problema, nei cerchi più vicini gli attori direttamente coinvolti, nei cerchi più esterni quelli che possono essere interessati o attivabili.

La domanda fondamentale è: chi non può mancare se vogliamo davvero affrontare questo tema?

Dal problema agli obiettivi

Uno dei momenti più delicati della progettazione è distinguere tra problema, finalità, obiettivi, risultati e impatti.

La lezione ha chiarito bene questa differenza.

La finalità è il grande orizzonte del progetto. Per esempio: riqualificare uno spazio sportivo, rafforzare l’economia locale, contrastare lo spopolamento, valorizzare il turismo culturale.

Gli obiettivi sono più concreti, raggiungibili e formulati in modo chiaro. Devono essere realistici e collegati al problema. Un modo semplice per individuarli è trasformare il problema in positivo.

Se il problema è “il campo da tennis è abbandonato”, un obiettivo può essere: “rendere nuovamente fruibile il campo da tennis da parte della comunità”.

Se il problema è “ci sono sempre meno attività economiche”, un obiettivo può essere: “raccogliere informazioni e costruire linee guida condivise per lo sviluppo economico locale”.

Se il problema è “il paese è conosciuto solo per sagre e feste popolari”, un obiettivo può essere: “attivare un percorso partecipativo per immaginare nuove proposte culturali e turistiche”.

Obiettivi SMART

Durante la lezione è stato richiamato anche il criterio degli obiettivi SMART.

Un buon obiettivo dovrebbe essere:

  • specifico, cioè chiaro e non generico;
  • misurabile, cioè verificabile attraverso dati o indicatori;
  • raggiungibile, cioè realistico rispetto a tempi e risorse;
  • rilevante, cioè coerente con il problema;
  • definito nel tempo, cioè collocato dentro una scadenza.

Questo passaggio è essenziale anche per partecipare ai bandi. Un progetto con obiettivi troppo generici rischia di apparire debole. Un progetto con obiettivi chiari, invece, comunica solidità, fattibilità e capacità di valutazione.

Risultati e impatti

I risultati sono ciò che il progetto produce in modo più diretto. Devono essere collegati agli obiettivi e, quando possibile, misurabili.

Per esempio:

  • è stato riattivato uno spazio;
  • sono stati realizzati tre incontri pubblici;
  • sono state coinvolte 40 persone;
  • sono state elaborate linee guida condivise;
  • è stato costruito un calendario di attività;
  • sono state raccolte 100 risposte a un questionario;
  • sono stati mappati 20 attori territoriali.

Gli impatti, invece, riguardano gli effetti a medio e lungo termine.

Per esempio:

  • maggiore uso degli spazi pubblici;
  • aumento del senso di appartenenza;
  • nuove collaborazioni tra associazioni;
  • maggiore fiducia tra cittadini e amministrazione;
  • rafforzamento dell’attrattività del territorio;
  • nuove opportunità per giovani e attività economiche;
  • maggiore cura degli spazi comuni.

Un progetto partecipativo deve saper tenere insieme entrambi i livelli: cosa realizziamo subito e quale cambiamento vogliamo generare nel tempo.

Le attività: come costruire il percorso

La parte più operativa della lezione ha riguardato la costruzione delle attività. Dopo aver definito problema, contesto, attori, finalità e obiettivi, bisogna chiedersi: quali azioni ci portano da qui a lì?

In un percorso partecipativo le attività non devono essere solo momenti di fruizione. Devono permettere alle persone di contribuire.

Alcuni strumenti possibili sono:

  • questionari;
  • interviste;
  • assemblee pubbliche;
  • laboratori di co-progettazione;
  • world café;
  • mappe di comunità;
  • passeggiate esplorative;
  • raccolte fotografiche;
  • incontri con stakeholder;
  • tavoli tematici;
  • momenti di restituzione pubblica;
  • eventi di lancio;
  • eventi finali;
  • gruppi di lavoro;
  • laboratori con giovani, anziani, imprese o associazioni.

La sequenza delle attività deve avere una logica. Prima si ascolta, poi si rielabora, poi si progetta, poi si restituisce, poi si valuta.

Il caso Guiglia: un esempio concreto

Durante la lezione è stato citato anche un caso pratico legato al Comune di Guiglia, nell’Appennino modenese.

Il problema di partenza riguardava la presenza di sempre meno attività economiche nel territorio. Il Comune aveva già avviato alcune analisi sullo stato socioeconomico locale, rilevando criticità nel commercio e in altri settori. Da qui l’idea di attivare un percorso partecipativo per coinvolgere cittadini, attività economiche e realtà locali in una riflessione più strutturata.

Tra gli attori coinvolti o considerati nel percorso sono stati citati soggetti come associazioni imprenditoriali, realtà economiche, imprese, attività ricettive e operatori locali.

L’esempio è utile perché mostra come un progetto partecipativo possa nascere da dati concreti e da un problema reale, ma senza arrivare subito con soluzioni già definite. L’obiettivo non era dire dall’alto che cosa fare, ma costruire un processo per raccogliere informazioni, attivare confronto e orientare scelte future.

Valutare un progetto partecipativo

Un progetto non finisce quando si realizzano le attività previste. Serve anche capire che cosa è successo, che cosa ha funzionato, che cosa non ha funzionato e quali cambiamenti si sono prodotti.

La valutazione è stata presentata come un vero “progetto nel progetto”.

Ci sono tre momenti principali:

Valutazione ex ante

Si fa prima dell’avvio. Serve a fotografare la situazione iniziale.

Esempi:

  • quante persone usano oggi uno spazio;
  • quante attività economiche sono attive;
  • quante associazioni partecipano;
  • qual è la percezione del problema;
  • quali bisogni emergono.

Valutazione in itinere

Si fa durante il percorso. Serve a monitorare l’andamento.

Esempi:

  • quante persone partecipano agli incontri;
  • quali categorie di attori sono presenti;
  • quanto sono soddisfatti i partecipanti;
  • quali criticità emergono;
  • se il percorso sta coinvolgendo anche persone solitamente escluse.

Valutazione ex post

Si fa alla fine. Serve a capire se gli obiettivi sono stati raggiunti.

Esempi:

  • numero di incontri realizzati;
  • numero di persone coinvolte;
  • qualità delle proposte emerse;
  • livello di collaborazione attivato;
  • uso dello spazio dopo l’intervento;
  • nuove reti nate dal progetto;
  • continuità delle azioni dopo la fine del finanziamento.

La valutazione non serve solo a “rendicontare”. Serve a imparare e a rendere visibile il valore prodotto.

Bandi e finanziamenti: non solo burocrazia

Durante la lezione è emerso anche un tema molto concreto: come trovare e leggere i bandi.

I bandi possono sembrare complessi, e spesso lo sono. Ma imparare a leggerli è una competenza importante per chi lavora nello sviluppo locale. Un bando indica chi può partecipare, quali attività sono finanziabili, quali spese sono ammissibili, quali documenti servono, quali scadenze rispettare e quali criteri verranno usati per valutare le proposte.

È stato ricordato che esistono portali regionali, piattaforme dedicate, newsletter e strumenti di monitoraggio dei finanziamenti. In alcuni enti del terzo settore o organizzazioni strutturate esistono figure che si occupano specificamente di fundraising e ricerca bandi. Nei piccoli Comuni, invece, questa funzione non sempre è presente.

Per questo l’animatore territoriale non deve necessariamente diventare un progettista esperto di bandi, ma deve almeno conoscere la logica di base: problema, contesto, obiettivi, attività, partner, budget, risultati, valutazione.

Progettare con la comunità significa anche accettare l’incertezza

Uno degli aspetti più interessanti della lezione è stato l’invito a non confondere progettazione partecipata e controllo totale.

Nei progetti calati dall’alto, spesso si parte da una soluzione già decisa. Nei processi partecipativi, invece, bisogna essere disponibili a farsi “rimescolare” da ciò che emerge.

Questo non significa perdere direzione. Significa accettare che le persone coinvolte possano portare bisogni, letture, ostacoli e desideri che il progettista non aveva previsto.

È proprio qui che il processo diventa generativo.

Una comunità non è solo destinataria di un progetto. È una fonte di conoscenza, memoria, energia e immaginazione. La progettazione partecipata serve a far emergere tutto questo.

Il ruolo dell’animatore territoriale

La figura dell’animatore territoriale è centrale in questo tipo di processi.

Il suo compito non è sostituirsi alla comunità, né imporre una visione, né limitarsi ad organizzare incontri. L’animatore territoriale facilita il passaggio tra bisogni e azioni, tra problemi e obiettivi, tra desideri e possibilità concrete.

Può aiutare a:

  • formulare meglio un problema;
  • distinguere tra problema e soluzione;
  • costruire una mappa degli attori;
  • individuare alleati;
  • facilitare incontri;
  • raccogliere contributi;
  • tradurre idee in obiettivi;
  • costruire un calendario di attività;
  • preparare una proposta progettuale;
  • immaginare strumenti di valutazione;
  • mantenere vivo il processo dopo la fine del progetto.

In questo senso, la progettazione partecipata è una delle competenze più importanti per chi vuole lavorare sulla rigenerazione delle aree interne e sulla costruzione di Patti di Comunità.

Dalla formazione all’azione

La lezione ha mostrato come la progettazione partecipata non sia solo teoria, ma un metodo pratico che può essere applicato a problemi molto diversi:

  • spopolamento;
  • lavoro;
  • mancanza di servizi;
  • riuso di spazi pubblici;
  • turismo culturale;
  • valorizzazione di torri, borghi e luoghi storici;
  • attivazione di giovani;
  • coinvolgimento delle associazioni;
  • rilancio di attività economiche;
  • cura di impianti sportivi;
  • costruzione di nuove reti locali.

Ogni partecipante è stato invitato a partire da un problema reale del proprio territorio e a tradurlo in una prima ipotesi progettuale. Questo è il cuore del percorso FOER: non solo trasmettere contenuti, ma costruire competenze utilizzabili.

Conclusione: progettare significa costruire possibilità

La progettazione partecipata è uno strumento potente perché aiuta le comunità a passare dalla lamentela alla proposta, dall’idea isolata al percorso condiviso, dal bisogno alla possibilità.

Non elimina la complessità, ma offre un metodo per attraversarla.

Per i territori appenninici e per le aree interne, questo approccio è particolarmente importante. Qui le risorse spesso esistono, ma sono disperse. Le energie ci sono, ma vanno connesse. Le idee emergono, ma hanno bisogno di struttura. I problemi sono profondi, ma non possono essere affrontati da un solo soggetto.

La progettazione partecipata permette di costruire alleanze, attivare fiducia e trasformare le comunità da destinatarie di interventi a protagoniste del cambiamento.

Ed è proprio questa la sfida degli Animatori territoriali di Comunità: aiutare i territori a riconoscere ciò che sono, immaginare ciò che possono diventare e costruire insieme i passi per arrivarci.

Scopri il percorso completo di Formazione per Animatori territoriali di Comunità